Ehi Basswalkers!
Immagina di essere il bassista dei Queen.
Non Freddie Mercury.
Non Brian May.
Tu sei John Deacon.
Il più silenzioso della band.
Quello che parla poco.
Quello che nelle interviste lascia sempre spazio agli altri.
Hai scritto un riff.
Ti piace.
È diverso dal solito.
Ha qualcosa di ipnotico.
Quasi ossessivo.
Ma non tutti, nella band, sono convinti.
Anzi.
Per qualcuno è addirittura troppo funk.
Troppo americano.
Troppo lontano dall’idea di rock che ha reso grandi i Queen.
Per qualche settimana quel brano rischia seriamente di rimanere semplicemente… una traccia dell’album.
Poi succede qualcosa di completamente inaspettato.
Una sera, dopo un concerto a Los Angeles, nel backstage si presenta un ragazzo che, di musica pop, sembra capirne abbastanza.
Si chiama Michael Jackson.
Ascolta quel brano.
Sorride.
E dice una frase che cambierà completamente il destino della canzone.
“Dovete assolutamente pubblicarla come singolo.”
Il resto è storia.
Una band all’apice della carriera
Siamo nel 1980.
I Queen non hanno certo bisogno di presentazioni.
Hanno già pubblicato album come A Night at the Opera, News of the World e Jazz.
Freddie Mercury è ormai una delle voci più riconoscibili del pianeta.
Brian May è diventato un punto di riferimento assoluto per i chitarristi.
Roger Taylor continua a sorprendere con la sua energia.
E poi c’è John Deacon.
Il più riservato.
Il meno appariscente.
Ma anche quello che, forse più di tutti, ha un gusto straordinario nello scrivere linee di basso.
Non è la prima volta che porta un’idea destinata a diventare un successo.
Era già successo con You’re My Best Friend.
Succederà ancora.
Ma con Another One Bites the Dust farà qualcosa di ancora più importante.
Cambierà, almeno per qualche anno, il modo in cui il rock guarda al funk.
John Deacon aveva un’ossessione
Per capire davvero questa storia bisogna fare un piccolo passo indietro.
John Deacon ascoltava moltissima musica nera americana.
In particolare era rimasto affascinato da una band che, alla fine degli anni Settanta, stava riscrivendo le regole del groove.
Gli Chic.
E soprattutto dal loro bassista.
Bernard Edwards.
Se non conosci questo nome, ti consiglio di recuperarlo.
Perché è uno di quei musicisti che hanno influenzato intere generazioni di bassisti senza diventare un personaggio da copertina.
Bernard Edwards aveva una caratteristica incredibile.
Le sue linee erano essenziali.
Ma ogni nota sembrava inevitabile.
Ascolta Good Times.
Ti accorgerai subito di quanto quel groove abbia influenzato decine di artisti, dai Queen fino ai primi gruppi hip hop.
John Deacon ne rimane completamente conquistato.
E decide di portare quel tipo di linguaggio dentro l’universo dei Queen.
Non copiarlo.
Non imitarlo.
Ma reinterpretarlo.
Ed è proprio da qui che nasce il celebre riff di Another One Bites the Dust.
Il riff più famoso… nasce dal silenzio
C’è una cosa che colpisce ogni volta che riascolto questo brano.
Non sono le note.
Sono gli spazi.
Il riff funziona perché respira.
Perché non ha paura del silenzio.
Perché lascia continuamente il tempo alla batteria di parlare.
È una lezione enorme.
Noi bassisti siamo spesso convinti che, per rendere interessante una linea, basti aggiungere qualcosa.
Una nota.
Un passaggio.
Una ghost note.
Un passaggio cromatico.
John Deacon fa esattamente il contrario.
Toglie.
Riduce.
Lascia spazio.
Ed è proprio questo a rendere il riff praticamente indimenticabile.
Nemmeno i Queen erano convinti
Ed è qui che la storia diventa davvero interessante.
Perché oggi ci sembra impossibile.
Pensiamo a Another One Bites the Dust come a uno dei simboli assoluti dei Queen.
In realtà, durante la lavorazione dell’album The Game, non tutti erano così entusiasti.
Roger Taylor ha raccontato più volte che quel pezzo gli sembrava estremamente distante dal rock che aveva reso famosa la band.
Anche Brian May, almeno inizialmente, non era completamente convinto della direzione musicale.
Non perché il brano fosse brutto.
Ma perché rappresentava qualcosa di completamente diverso.
Era funk.
Era minimale.
Era costruito quasi interamente sul groove.
Ed era una scelta coraggiosa.
Molto coraggiosa.
Il consiglio che cambiò la storia
La storia racconta che, durante il tour americano dei Queen del 1980, tra il pubblico c’era un giovane Michael Jackson.
A fine concerto andò nel backstage.
Tra una chiacchiera e l’altra disse una cosa molto semplice.
“Another One Bites the Dust deve essere il prossimo singolo.”
La band non ne era convinta.
Era un brano molto diverso dal repertorio classico dei Queen.
Troppo funky.
Troppo asciutto.
Troppo costruito sul basso.
Ma Michael Jackson aveva intuito qualcosa che forse nemmeno loro avevano ancora capito.
Quella canzone aveva un groove che non ti lasciava andare.
E aveva ragione.
Pubblicato come singolo nell’agosto del 1980, Another One Bites the Dust diventò il primo numero uno dei Queen negli Stati Uniti e rimase in vetta alla classifica Billboard per tre settimane consecutive.
È ancora oggi il singolo più venduto dell’intera carriera della band.
Pensarci fa quasi sorridere.
La canzone che rischiava di non uscire diventò il loro successo più grande.
Quando il basso diventa protagonista
C’è una cosa che rende questa linea diversa da quasi tutte quelle dell’epoca.
Il basso non accompagna.
Il basso guida.
È un concetto che oggi ci sembra normale.
Ma nel 1980 non lo era affatto.
La maggior parte dei brani rock nasceva ancora dalla chitarra.
Qui invece succede il contrario.
Il riff di John Deacon è il centro di gravità della canzone.
Tutto il resto gli gira intorno.
La batteria.
La voce.
Le chitarre.
Perfino i celebri colpi di mano e gli effetti ritmici sembrano costruiti per valorizzare quel groove.
E questa è forse la più grande intuizione di Deacon.
Capire che il basso poteva essere protagonista senza diventare invadente.
Un suono che sembra semplice…
…ma non lo è affatto.
Molti pensano che il segreto di Another One Bites the Dust sia il riff.
Secondo me il vero segreto è il suono.
John Deacon utilizza un Music Man StingRay, uno strumento relativamente giovane all’epoca, caratterizzato da un attacco molto deciso, una grande presenza sulle frequenze medio-basse e un sustain importante.
Il risultato è un basso che “parla”.
Ogni nota ha peso.
Ogni pausa ha significato.
Se provi a suonare la stessa linea con un suono completamente diverso, ti accorgerai subito che perde gran parte della sua efficacia.
È una lezione preziosa.
Noi bassisti tendiamo spesso a concentrarci sulle dita.
Deacon ci ricorda che il suono è parte integrante del linguaggio musicale.
La grande lezione di John Deacon
C’è una frase che ripeto spesso durante le lezioni.
“Le note sono gratuite. Le scelte, invece, no.”
John Deacon avrebbe potuto scrivere una linea piena di passaggi.
Aveva tutte le capacità per farlo.
Invece sceglie la strada più difficile.
Quella della sottrazione.
Ogni nota è lì perché serve.
Non ce n’è una in più.
E, soprattutto, non ce n’è una in meno.
Questa è la differenza tra un bassista che suona bene e un bassista che costruisce una canzone.
La linea che ha attraversato le generazioni
Un’altra cosa sorprendente è la longevità di questo riff.
Negli anni è stato campionato.
Citato.
Suonato.
Imitato.
Ha attraversato il rock, il funk, l’hip hop e perfino la musica elettronica.
Pochissime linee di basso possono vantare una simile influenza.
Ed è curioso che tutto questo sia nato da un musicista che, forse più di tutti i membri dei Queen, ha sempre preferito lasciare parlare il proprio strumento piuttosto che sé stesso.
🎸 Davide’s Note
C’è una cosa che noto spesso quando faccio studiare questa linea ai miei allievi.
Le prime volte molti cercano quasi di “migliorarla”.
Aggiungono una nota.
Una ghost note.
Una variazione.
Qualcuno prova persino a slapparla.
Poi succede una cosa.
La suonano insieme alla batteria.
E capiscono.
Capiscono che quella linea funziona proprio perché è essenziale.
È uno di quei momenti in cui non stai più imparando una canzone.
Stai imparando una filosofia.
Ed è una lezione che ti porterai dietro anche quando suonerai tutt’altro.
Cosa possiamo imparare da Another One Bites the Dust
Se dovessi riassumere tutto questo editoriale in cinque idee da portare direttamente sul tuo basso, sarebbero queste.
1. Il groove vale più della velocità
Nessuno ricorda questa linea perché è difficile.
La ricordano perché funziona.
2. Le pause fanno parte della musica
Non avere paura del silenzio.
È una nota anche lui.
3. Cura il suono quanto curi le dita
Una linea straordinaria con un suono mediocre perde metà della sua forza.
4. Non scrivere per dimostrare qualcosa
Scrivi per far funzionare la canzone.
John Deacon non impressiona.
Convince.
5. Ascolta musica fuori dal tuo genere
Se Deacon non si fosse innamorato del funk degli Chic, probabilmente questa linea non sarebbe mai esistita.
È un promemoria importante.
Ogni volta che ascoltiamo qualcosa di diverso, stiamo ampliando il nostro vocabolario musicale.
🎯 La Sfida Basswalkers
Questa settimana fai una prova molto semplice.
Suona Another One Bites the Dust così com’è.
Poi rifalla aggiungendo tutte le note che ti vengono in mente.
Fill.
Ghost note.
Passaggi.
Cromatismi.
Infine torna alla versione originale.
Sono quasi certo che la terza sarà quella che funzionerà meglio.
Ed è lì che John Deacon avrà vinto ancora una volta.
Conclusione
Ci sono linee di basso che diventano famose.
E poi ci sono linee di basso che cambiano il modo di pensare lo strumento.
Another One Bites the Dust appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Perché ci ricorda che il basso può essere protagonista senza perdere la propria funzione.
Può essere riconoscibile senza essere invadente.
Può guidare un’intera canzone semplicemente facendo quello che un grande basso dovrebbe sempre fare:
far muovere la musica.
E, forse, è proprio questa la lezione più preziosa che John Deacon ci ha lasciato.
Se questo modo di raccontare la musica ti piace…
…nei miei videocorsi trovi lo stesso approccio che utilizzo ogni giorno durante le lezioni: non solo tecnica ed esercizi, ma anche il modo di ragionare che sta dietro alle grandi linee di basso e ai musicisti che le hanno rese immortali.
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