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La notte dei Grammy sul buio di Sanremo

 

 

 

Nella settimana del Carnevale, ho pensato bene di togliere la maschera del politically correct e mettere a confronto le due manifestazioni musicali più attrattive del momento: da una parte la notte degli Oscar della musica, i Grammy Awards, e dall’altra il nostrano Festival della Canzone italiana, che tra pochi giorni inizierà a monopolizzare l’attenzione di media e social lungo tutto lo Stivale.

 

In realtà del nostro concorso canoro so ben poco, quindi proverò a partire da quello che è successo questa notte, oltreoceano.

Per chi non lo sapesse i Grammy sono il riconoscimento più importante della musica e si dividono in tantissime categorie; quest’anno sono stati assegnati ben 94 premi, divisi per genere, ruoli e chi più ne ha più ne metta. Per fare un esempio, uno dei premi più ambiti è la “miglior registrazione”, premio che viene conferito ad un team che parte dal produttore e arriva al tecnico di mastering (quest’anno lo ha vinto il brano “Flowers” di Miley Cyrus); questo è diverso dalla “miglior canzone”, che viene assegnato agli autori (e vinto da Billie Eilish quest’anno) e anche dal miglior album (vinto da Taylor Swift).

Se fino a qui tutto appare nella norma, magari sapere che a completare le categorie troviamo ad esempio anche la migliore registrazione di musica classica, il miglior album di jazz contemporaneo, il miglior audio-libro e naturalmente almeno un paio di premi assegnati al Country, possiamo iniziare a comprendere la portata di un evento di questo tipo, ma soprattutto comprendiamo che cosa rappresenta l’industria musicale negli Stati Uniti, e quanto sia a 360°.

Per intenderci, in una manifestazione del genere capita di vedere seduti fianco a fianco i producer che hanno lavorato a dischi trap o reggaeton, diciamo così i “colpevoli delle hit estive”, e personaggi del calibro di John Williams e Quincy Jones; e nessuno dei due si pone “un gradino sopra” all’altro, riuscendo a dare alla musica quel senso di globalità che alle nostre latitudini pare proprio impensabile…

E oltretutto dobbiamo pensare al fatto che i premiati di questa notte non si fermeranno lì, e che la loro musica, di qualunque genere o quasi, farà il giro del mondo (se non l’ha già fatto).

 

Personalmente, una cosa che mi ha colpito, nella mia notte insonne, è stato vedere come molti dei vincitori in categorie che dovrebbero essere “popolari” anche dalle nostre parti, sono in realtà artisti di cui sentiamo parlare molto poco; sui social italiani vedo molto spesso l’attenzione rivota ad artisti, magari italiani, magari giovani e con una ragazza al basso, che vengono deliberatamente insultati da musicofili di ogni specie perché ritenuti “non rock”; ma, di contro, non vedo mai nessuno di questi musicofili nominare una sola volta, ad esempio, i Boygenius (miglior performance rock e miglior canzone rock), o i Paramore (miglior album rock e miglior performance alternative); allo stesso modo quando parlo di uno dei miei gruppi preferiti, i Larkin Poe (miglior album di blues contemporaneo) vedo quasi sempre espressioni incuriosite ed inebetite, come se stessi parlando di una band aliena…

 

 

A questo punto, mi direte voi: “si, ma tutto questo ha a che fare con il basso?”

Beh, punto primo: è musica. Se suoniamo il basso, siamo musicisti, e io ho sempre spinto su questo tasto: la completezza. Essere informati su ciò che di musicalmente importante succede nel mondo, dovrebbe essere un nostro dovere, a prescindere dai gusti (che sono soggettivi).

Punto secondo: ho preparato una playlist su Spotify (la trovate QUI), comprendente molti dei brani che hanno vinto qualche premio questa notte; ascoltatela e ascoltate le linee di basso; dal pop, al country, dal blues al rap, alla musica strumentale. E poi ditemi se non ci sono linee di basso che varrebbe la pena studiare. E per dovere di cronaca, vi dico anche che il miglior album di jazz contemporaneo è stato vinto da Meshell Ndegeocello, bassista di cui parlerei più spesso, se non fosse che ogni volta che provo a pronunciarne il nome pare che mi stia venendo un ictus…

 

Una notte esemplare, che, personalmente mi ha fatto percepire la quantità di musica di qualità che si produce ancora oggi, a prescindere dal genere e dai gusti, grazie al lavoro di immensi professionisti che cercano sempre di migliorarsi.

 

Poi prendiamo un aereo di corsa, e atterriamo sulla riviera ligure, dove tra qualche ora inizieranno ad alternarsi sul palco una serie di artisti, che, probabilmente per colpa di un idioma più adatto all’opera lirica che alla musica pop, non vedranno le ribalte internazionali di un certo livello, ma che comunque riusciranno ad avere, il più delle volte, la stessa spocchia di un rapper di Compton.

E lo stesso dicasi per altri addetti ai lavori, dai giornalisti ai presentatori, dagli ospiti ai critici e a tutto il carrozzone mediatico a seguire.

Con buona pace degli orchestrali che, sottopagati, continueranno ad accompagnare ottimamente il tutto, in virtù di un curriculum gonfiato a dovere.

 

“Evviva l’Italia, evviva La Bulgaria…” (cit. Elio)

 

A proposito, sapete chi è primo in classifica in Bulgaria? Galin, con il brano “Taka Taka”. Lo conoscevate?…

 

Ecco, appunto. È la stessa sensazione che hanno, nel resto del mondo, dei brani in testa alle classifiche italiane.

Eccezion fatta per quella band di ragazzi giovani, con una ragazza al basso, che, probabilmente, anche per aver capito la potenzialità della lingua inglese e averne fatto buon uso, sono riusciti a portare il tricolore in giro per le hit parade del mondo intero.

 

Di |2024-02-05T11:25:45+01:00Febbraio 5th, 2024|basso elettrico, Blog|Commenti disabilitati su La notte dei Grammy sul buio di Sanremo

Hai mai suonato con qualcuno di famoso?

 

Ehi BassWalker!

Una delle domande che mi sono sentito rivolgere più spesso da quando ho intrapreso la strada dello “Youtuber”, è questa: “Hai mai suonato con qualcuno di famoso?

 

E’, in ordine di tempo, la terza domanda “imbarazzante” che viene rivolta, generalmente, a chi, in un modo o nell’altro, intraprende la strada del professionismo, in Italia. Le atre due, per dovere di cronaca, sono: “A parte suonare, cosa fai di lavoro vero?” e “Hai studiato musica, quindi hai fatto il Conservatorio?”

 

Le definisco imbarazzanti perché lo sono dal punto di vista di chi le riceve, ma sia chiaro che, come si suole dire, “domandare è lecito”. Rispondere sarebbe anche cortesia, non c’è dubbio, ma capite che dopo un certo numero di domande sempre uguali, spesso la maleducazione spinge da dentro, per manifestarsi…

 

E quindi?

 

 

Andiamo con ordine e chiariamo alcuni concetti.

Se mi segui probabilmente sei tu stesso un musicista, anche se, magari, non è la tua professione principale, quindi credo che capirai bene quello che sto per raccontarti e allora ti chiederei, a tua volta, di sensibilizzare altre persone, perché si faccia un po’ di chiarezza su cosa vuol dire davvero fare questo mestiere in Italia.

 

Punto primo: essere dei professionisti non significa necessariamente suonare o aver suonato con personaggi famosi.

Nel mio caso, ho dedicato una vita intera al perfezionamento dei generi che prediligo: blues, country, rock’n roll, e simili. In Italia questa musica ha un mercato piuttosto di nicchia e anche raggiungendo l’eccellenza, non si ha la certezza di essere chiamati per lavorare con i grossi nomi. In Italia i grandi numeri li fa solo il pop, genere totalmente lontano dal mio modo di interpretare questo mestiere; quindi, nonostante abbia avuto magari in passato le mie occasioni, non le ho mai colte, un po’ per inesperienza giovanile, un po’ perché, in fondo, suonare con i grandi nomi della musica italiana non è mai stato il mio obiettivo, e mai lo sarà.

Quindi no, non ho mai suonato con qualcuno di famoso (a meno che qualcuno di voi non si ricordi di Pago, con cui ho fato qualche concerto parecchio tempo fa, e a meno che si possa contare un chitarrista di una band molto famosa, con cui ho avuto modo di collaborare, ma al di fuori, della band famosa…)

 

Punto secondo: Suonare è un lavoro strano, ma è un lavoro vero, con il quale, se pur a fatica, si può campare.

I compromessi sono sempre stati tanti, e lo saranno sempre di più, negli anni a venire, probabilmente, ma “essere musicista” è una cosa fattibile. Il musicista può essere sicuramente colui che accompagna i grandi nomi della musica leggera, sia chiaro, anche se è sempre più raro; ma soprattutto al giorno d’oggi il musicista insegna, suona alle feste private (avete presente i matrimoni?), poche altre volte in contesti musicalmente più appaganti, a volte viene chiamato per registrare in studio, per un cantante, pe un jingle pubblicitario e simili…

Insomma, possibilità ce ne sono, a patto di essere “versatili”; fino a qualche anno fa riuscire a farsi assumere per un tour con un cantante italiano famoso, avrebbe permesso di farsi sei mesi di ferie dopo il tour, e avere magari anche la certezza di essere richiamati da qualcun altro l’anno seguente…

Oggi non funziona più così, e, ammesso di riuscire a fare un tour, guadagnerai talmente poco da dover immediatamente trovarti qualcosa subito dopo, se non in contemporanea, e quindi anche se non sei mai stato un insegnante dovrai abituarti a fare anche quello, in nome di qualche entrata in più!

E, naturalmente, più è famoso il cantante con cui hai suonato più è probabile che le persone vogliano studiare con te, anche se di insegnamento magari non sai assolutamente nulla…

 

Punto terzo: Il Conservatorio è fatto per insegnare musica classica. Diciamolo tutti insieme e scriviamolo dieci volte alla lavagna. Se si è al cospetto di un musicista classico, allora stiamo pur certi che avrà studiato in Conservatorio.

 

Jazzisti e “poppettari”, al pari di noi “rockettari”, per natura hanno sempre studiato da insegnanti privati che nel tempo hanno avuto la tenacia di trasmettere il “mestiere”; queste musiche si sono sempre imparate in questo modo, una sorta di “artigianato della musica”; purtroppo negli ultimi vent’anni, probabilmente per non sentirsi inferiori ai tanto odiati colleghi della classica, si è tentato in tutti i modi di portare pop e jazz nei conservatori. Un accostamento che io ho sempre visto come quello “pizza-ananas”, ma alla fine ce l’hanno fatta…

 

Personalmente, ho sempre pensato che sarebbe stato meglio creare istituti appositi, pensati per studiare musica in modo diverso, se l’obiettivo doveva essere quello di certificare un certo tipo di studi con diplomi e lauree; perché queste ultime, in confronto a quelle di un compositore o un violinista classico sembrano… Niente, era così, per dire.

 

Chiudo questa lungaggine ribadendo che se ti interessa studiare il basso seriamente, ma il tempo che hai non è quello di un aspirante professionista, prova a pensare a i miei video corsi, li trovi QUI!

 

 

 

Di |2024-01-24T18:34:18+01:00Gennaio 25th, 2024|basso elettrico, Blog|Commenti disabilitati su Hai mai suonato con qualcuno di famoso?

Studiare il basso oggi

 

 

Ehi Basswalker!

 

                        Sempre più spesso mi trovo in situazioni di questo tipo: ascolto un bassista suonare, mi piace, ci scambio quattro chiacchieree puntualmente mi sento dire: “sai, io non conosco la musica, imparo a orecchio e un po’ con YouTube”

 

Che dire…bene!

 

Già un po’ di anni fa la sentivo questa frase, ma priva della seconda parte: “un po’ con YouTube” …

 

            Già, perché non c’è dubbio che il tubo, così come i social e più in generale internet, dalla fine degli anni ’90 abbiano cambiato parecchio le modalità di approcciarsi allo studio del nostro strumento e alla musica, in generale; oggi tutto è diventato più alla portata di tutti, e questo non riguarda solo la sfera musicale; ma di sicuro, nel nostro ambito, un po’ di cambiamenti li ha portati. In meglio? In peggio?

 

Dipende.

 

            So che molti storceranno il naso, ma io credo che un approccio un po’ meno “accademico” alla musica abbia fatto bene, un po’ a tutti. Sono finiti, per fortuna, direi, i tempi in cui se qualcuno avesse voluto iniziare a suonare uno strumento, si sarebbe presentato da un Maestro il quale, per i primi tre mesi ti avrebbe negato lo strumento, in nome del Sacro Solfeggio…

 

            La didattica moderna, l’esperienza e aggiungerei anche n po’ di buon senso, ci hanno mostrato come, se vogliamo avvicinare qualcuno alla musica suonata, dobbiamo, almeno all’inizio, liberarlo dalle difficoltà estreme e dallo stress dei “tecnicismi”.

            La vita negli ultimi 40 anni è diventata già molto stressante di suo, e se “hobby” deve essere, che un hobby sia!

            Gli insegnanti veramente fanno ancora un po’ di fatica a comprendere questo aspetto, e l’indole di chi insegna porta sempre a una certa rigidità nell’approccio: “studia tante ore, impara a leggere, studiamo l’armonia…” Bello tutto, per carità, ma, come ho già avuto modo di dire in un precedente articolo, se si lavora in un altro ambito e si vede la musica come un passatempo, non si riuscirà a fare tutto!

 

            Io sono dell’idea che, se vogliamo diffondere la musica, se vogliamo che più persone si avvicinino alle sette note, dobbiamo in un certo senso semplificare le cose; questo non vuol dire che leggere non serva, e che non dobbiamo studiare seriamente, ma semplicemente che possiamo seguire un ordine diverso, dando priorità ad avere subito delle soddisfazioni, per poi andare ad approfondire in seguito.

 

            In questo senso, ben vengano i video su YouTube, che per chi parte da zero sono un mezzo comodo ed economico; si può partire così e poi, se è vero che “l’appetito vien mangiando”, se non ci basterà più e vogliamo capire meglio, allora si farà un upgrade: un maestro, una scuola o… i miei video corsi, che , come sempre trovate QUI

Di |2024-01-17T21:25:33+01:00Gennaio 18th, 2024|basso elettrico, Blog, musica|Commenti disabilitati su Studiare il basso oggi

È ora di cambiare le corde?

Ehi Basswalker!

 

            Un noto marchio di corde, qualche anno fa, aveva uno spot pubblicitario che recitava: “un buon suono inizia con una buona corda”.

            Niente di più vero, verrebbe da dire; il problema è che le corde “buone” per il basso hanno un costo non indifferente, giusto?

Quindi, quando potrebbe essere giusto sostituirle? E in base a che cosa lo decidiamo?

 

 

 

 

            Le corde, come ogni aspetto che riguarda il basso e forse anche la musica in generale, sono qualcosa di estremamente soggettivo; non c’è una cosa da fare giusta o sbagliata in senso assoluto, e questo deve essere chiaro. Ma ci sono delle regole che sarebbe buona norma seguire.

            Andiamo con ordine: La corda nuova ruvida (le classiche “Roundwound”, per intenderci) è una corda che tende a deteriorarsi col passare del tempo; i principali fattori possono essere il sudore, e in generale il contatto con la pelle, la quantità di tempo in cui vengono usate e c’è chi sostiene che anche alcuni agenti esterni possano incidere (come, ad esempio, repentino cambio caldo/freddo). Questo deterioramento si trasforma, nel concreto, in una perdita di frequenze, principalmente acute, che modificano il suono del nostro strumento, facendolo diventare, alla lunga, più “scuro”.

 

            Le corde lisce (flatwound), invece risentono molto meno di questo problema, e, per quanto anche loro abbiano naturalmente una tendenza a deteriorarsi, partendo già per natura con meno frequenze acute, non enfatizzano allo stesso modo il problema.

 

            Ora, anche parlare di “problema” non è esattamente corretto, nel senso che più frequenze acute significa naturalmente più “sferragliamento” nel suono, il che è molto indicato se suoniamo certi generi vicini al metal, ad esempio, o con un plettro, o ancora in slap. Ma, se dobbiamo suonare blues, magari, non è proprio il suono perfetto…

 

            Questo per dire che, prima di decidere se cambiare o meno corde e con quale frequenza, valuta l’uso che ne devi fare! Conosco musicisti rock e metal, che prima di ogni singolo concerto o sessione in studio cambiano le corde, praticamente una muta di corde al giorno. È un investimento notevole, ma se questo è il tuo mestiere e questo è il tuo suono, non puoi fare diversamente… ma attenzione a non confondere le cose: pare che James Jamerson non abbia mai cambiato le corde al suo fido Precision, e non mi pare che qualcuno avesse qualcosa da ridire, visto che studiamo i suoi giri di basso ancora oggi…

 

            Il senso del discorso è: la corda nuova ruvida rilascia frequenze alte; ti servono, per suonare il tuo genere preferito? Se sì, cambia le corde più spesso che puoi; se no, lascia “maturare” le corde; tienile più che puoi e fregatene delle corde nuove. Il discorso vale ancora di più se parliamo di corde lisce, ovviamente. Attenzione: anche la corda liscia, da nuova suona brillante, però, per certi versi, dà il suo meglio quando invecchia.

 

Queste ovviamente sono alcune linee guida, ogni caso è a sé, quindi valuta attentamente la tua situazione, prima di decidere cosa fare!

 

Mentre pensi alle corde, puoi valutare di studiare con i miei video corsi…Li trovi QUI:

 

 

Di |2024-01-10T23:29:10+01:00Gennaio 11th, 2024|basso elettrico, Blog, Esercizi per basso, teoria musicale|Commenti disabilitati su È ora di cambiare le corde?

Dal basso al contrabbasso: Scelta semplice?

 

 

 

Ehi Basswalkers!

 

Eccoci per la prima mail del 2024; innanzitutto ti auguro un felice 2024, che sia pieno di gioia e soddisfazioni, soprattutto bassistiche.

 

E per iniziare ho scelto di sollevare una questione che spesso mi viene proposta da allievi e conoscenti, ovvero: suonando il basso elettrico, si avvantaggiati nell’iniziare a suonare anche il contrabbasso? Quali somiglianze e quali differenze ci sono tra i due strumenti? E soprattutto: queste differenze sono insormontabili?

 

 

Bene, andiamo con ordine.

Partiamo dal presupposto che per quanto simili, sono due strumenti distinti, che hanno bisogno di un approccio diverso; basti pensare alla loro nascita ed alla storia: il nostro basso è relativamente giovane, con i suoi circa ottant’anni di storia, mentre il contrabbasso è uno strumento di natura classica, che ha le sue origini addirittura nel sedicesimo secolo.

Può sembrare un dato insignificante, ma fa tutta la differenza: il basso è uno strumento elettrico (e quindi più facile da far sentire), deriva dalla chitarra elettrica e quindi si suona tenendolo a tracolla (o seduti) e può essere suonato con un plettro.

Di contro il contrabbasso si suona generalmente in piedi e va sostenuto con la giusta postura, senza “aiuti” esterni; in più si dovrebbe studiare inizialmente con l’arco (anche se si decide poi di proseguire con il jazz).

 

Naturalmente ci sono delle cose in comune: le quattro corde sono intonate nello stesso modo, per quarte, dal mi basso al sol; e di entrambi esiste la versione a cinque corde che aggiunge un si basso sotto il mi. Anche il funzionamento, di conseguenza, è lo stesso: si procede di semitono sulla corda per trovare tutte le note (anche se nel caso del contra non abbiamo l’aiuto dei tasti, con buona pace dell’intonazione…)

 

Dire se si è avvantaggiati arrivando dal basso non è semplice; all’inizio potrà sembrarti uno strumento totalmente nuovo: lo studio dell’arco, dell’equilibrio, la mancanza dei tasti… sono tutte cose che ti faranno percepire delle differenze notevoli.

Ma se, con lo studio e la costanza, riuscirai a superare queste barriere iniziali, potrai sicuramente trovare dei benefici nel suonare già uno strumento: farai meno fatica ad imparare le note nelle diverse posizioni, ad esempio; o ancora non dovresti avere problemi nella lettura degli studi tecnici ((ammesso che tu sappia già leggere la chiave di basso..). E non ultimo, riportare sul contrabbasso alcuni brani che suoni sul basso elettrico può essere molto sfidante ma divertente al tempo stesso!

 

Quindi se hai intenzione di provare il mio consiglio è: fallo, assolutamente! Se non sei sicuro al 100%, potresti anche valutare un contrabbasso elettrico per iniziare: costi un po’ più contenuti e ingombro minore…Ma ti assicuro che se sei convinto di fare il passo, il contrabbasso ver dà molta più soddisfazione!

 

Nell’attesa di capire cosa farE con il contra, ti suggerisco come sempre di continuare a studiare il tuo caro basso elettrico, e magari potresti farlo con i miei video corsi,che, come sempre, trovi QUI!

 

BUON 2024!

 

 

Di |2024-01-10T23:36:50+01:00Gennaio 4th, 2024|basso elettrico, Blog, musica|Commenti disabilitati su Dal basso al contrabbasso: Scelta semplice?

Plettro o non plettro? Tu che bassista sei?

Ehi Basswalker!

            Oggi parliamo di quell’oggetto che provoca spesso sensazioni opposte tra i bassisti, amato da molti, odiato da altri; fondamentale secondo alcuni, totalmente inutile secondo altri…insomma, lui: il plettro.

Usarlo o non usarlo? Questo è il problema…

            Ovviamente non scrivo queste righe per convincerti dell’una o dell’altra cosa, vorrei invece darti qualche indicazione che magari può tornarti utile.

            Iniziamo dal principio, e cioè, come cerco di fare sempre, dalla storia: tutti ormai sappiamo (o dovremmo sapere) che Leo Fender inventò il P-bass nel 1951; quello che non tutti sanno, però (o per lo meno non in modo chiaro e univoco) è perché gli venne in mente di costruire il nostro strumento. Molti sostengono che il primo basso elettrico fu pensato per aiutare i contrabbassisti, regalandogli uno strumento più comodo e più “udibile”; ma in realtà c’è anche chi sostiene che lo strumento fu pensato per i chitarristi, per potergli permettere di “doppiare” le linee di basso del contra, e raggiungere l’obiettivo dell’udibilità delle stesse suonandole identiche ad un volume più alto.

            Dove sia la verità non è importante, come spesso accade è molto probabile che entrambe le motivazioni furono alla base del lavoro di Fender, quello che conta è che, di fatto, fin dall’inizio della storia del basso elettrico, ci furono parecchi “chitarristi trapiantati” e questo ha di sicuro agevolato l’uso del plettro sul nostro strumento già dai primi anni ’50.

            Facendo una breve ricerca, si possono trovare facilmente in rete, ad esempio, immagini che testimoniano l’uso di questo piccolo attrezzo fin da quei tempi: ad esempio sappiamo di un giovanissimo Joe Osborn, che nasce chitarrista e poi, una volta al basso, ne mantiene l’uso; oppure possiamo scoprire che il bassista di Eddie Cochrain lo usava proprio perché anch’egli ex-chitarrista. E l’elenco potrebbe naturalmente continuare, lungo tutto il decennio della nascita del rock’n roll.

(Joe Osborn) 

          Quindi? Può bastare questa breve lista a dare ragione a chi sostiene che il plettro sia in uso sul basso dall’origine dei tempi e, di conseguenza, faccia parte del DNA del nostro strumento?

            Beh, se ancora non siete convinti, non dimenticate che anche la grandissima Carol Kaye lo ha sempre usato, e non solo nelle sue innumerevoli incisioni al servizio di artisti quali Beach Boys e simili, ma anche nelle sue esecuzioni più jazzistiche!

E quindi? (Direte voi)

            Semplicemente voglio arrivare a farti capire l’importanza della completezza, nella conoscenza del nostro strumento, e del fatto che considero il suonare con il plettro una parte fondamentale di questa completezza.

            Ho sempre sostenuto e l’ho ribadito spesso nei miei video, che a meno che non si abbia mire da professionisti, è sacrosanto concentrarsi sul proprio genere preferito e imparare al meglio quello; ma ho anche sempre detto che imparare quanta più musica possibile, dei più svariati generi, sia fondamentale per la crescita personale. Quindi, se è vero che anche il più “cattivo” dei metallari dovrebbe comprendere ad esempio i principi di una walking bass e dello swing, allo stesso modo chi ama jazz, latin, fusion o simili dovrebbe arricchire il proprio bagaglio tecnico il più possibile, e il plettro non può mancare. Perché, se è vero che, da un lato, il suono di quell’aggeggio che impatta sulle corde nuove e metalliche ci riporta subito alla mente il rock degli anni ’70/’80/’90, è anche vero che il basso elettrico, con quell’oggetto ci è nato, e una corda liscia e un pick-up al ponte, magari, possono farlo suonare diversamente… provare per credere!

Nel mio video corso “Il basso rock” trovi tutto un intero capitolo dedicato al plettro: video, dispense ed esercizi… te lo linko QUI, pensaci, Natale si avvicina!

Di |2023-11-02T17:09:46+01:00Novembre 3rd, 2023|basso elettrico, Esercizi per basso, musica, teoria musicale|Commenti disabilitati su Plettro o non plettro? Tu che bassista sei?

È IMPORTANTE SUONARE TUTTI I GIORNI?

 

 

 

Ehi Basswalker!

 

Ti faccio una domanda scomoda: quanto tempo passi sul tuo strumento?

 

Riesci a suonarlo tutti i giorni?

 

Una delle cose più difficili da mantenere quando si cerca di imparare qualcosa di nuovo, soprattutto se non si è più proprio giovanissimi, è la costanza.

Non preoccuparti se ti rispecchi in questa cosa, è normale, sei assolutamente in buona compagnia! Il tempo, al giorno d’oggi, è sempre meno, bisogna lavorare sempre di più, per arrivare a fine mese, per raggiungere gli obiettivi lavorativi, per non perdere quello che si è costruito nella vita, per passare del tempo in famiglia… Insomma, non è facile ritagliarsi una quantità di tempo sufficiente tutti i giorni per vedere dei miglioramenti con il basso!

 

 

Però tutti quelli con cui parli ti dicono la stessa cosa: “devi suonare tutti i giorni!” “Ritagliati il tuo spazio!” Facile dirlo, quando no hai quattro bambini che girano per casa dalla mattina alla sera, un capo che ti stressa per due minuti di ritardo e un vicino di casa che alla prima nota ti urla dietro tutto il Rosario…Giusto?

 

 

Allora, adesso fai un respiro, prenditi un minuto e cerchiamo una soluzione “ad personam”, che si adatti alle tue esigenze e che ti permetta di non sentirti in colpa se non riesci a suonare un’ora tutti i giorni.

 

Punto uno: se leggi queste mail, se segui me invece di studiare in Conservatorio, io do per scontato che tu non abbia mire da professionista, giusto? Quindi ogni singolo minuto che tu dedichi al basso è un minuto guadagnato; non sentirti in obbligo a fare niente, migliorerai sicuramente sullo strumento, ma con i tuoi tempi, perché lo fai per divertirti, per rilassarti, e in quest’ottica hai consapevolmente scelto di farlo quando puoi farlo, non in ogni momento, ok? Se lavori 12 ore di fuori casa, e poi quando torni hai mille altre cose a cui pensare, non è indispensabile che tu riesca a mettere le mani sullo strumento.

 

Punto due: il tempo non si può comandare, ma si può ottimizzare. Il tuo mantra dovrebbe essere: “5 minuti”; prova a partire così, 5 minuti al giorno sono una bella impresa se sei in una situazione tipo quella descritta prima, ma non impossibile; se hai veramente voglia di fare qualche passo in più, 5 minuti si possono trovare: dopo pranzo portando il basso al lavoro? Dopo cena? Prima di addormentarsi? Vedi tu, ma è uno sforzo che puoi fare, credo. In quei 5 minuti ti giochi le tue carte, in base a come ti senti. Hai avuto una giornata stressante? Suona quel pezzo che ti piace, che già conosci e suoni bene, e fai correre le dita sulla tastiera. La tua mano ringrazierà e las tua testa anche.

Hai avuto una giornata tranquilla? Allora perché non provare a fare un po’ di tecnica o studiare velocemente qualcosa di nuovo?

 

Punto tre: non solo il tempo si può ottimizzare, ma anche…gli spazi. Una delle “scuse” che spesso sento da chi non può mai esercitarsi è “non posso fare casino a quell’ora”, oppure “do fastidio” … Allora, ci aiuta la tecnologia: pensa ad un oggetto come questo: ci attacchi il basso, la cuffia e volendo un metronomo, una drum machine, o il telefono che ti manda il brano che vuoi suonare. Non disturbi nessuno, recuperi i tuoi cinque minuti giornalieri e ti isoli dal mondo per un attimo. Poi togli le cuffie e tutto è come prima!

 

Nulla ti vieta ovviamente, appena hai un attimo di tempo, di suonare anche per mezza giornata di fila, sia ben chiaro! L’importante è trovare quella sorta di costanza, che ti permette di vivere lo strumento più serenamente e ti dia un po’ di autostima in più.

Ma ricorda, sempre senza stress!

 

Parafrasando un celebre spot tv degli anni 80: suonare è un piacere, se non è bello che piacere è?

 

 

Di |2023-07-27T12:15:48+02:00Luglio 27th, 2023|basso elettrico, Blog, musica, teoria musicale|Commenti disabilitati su È IMPORTANTE SUONARE TUTTI I GIORNI?

QUANDO NON C’ERA YOUTUBE

 

 

 

Ehi Basswalkers!

 

Oggi voglio raccontarvi un po’ di come mi sono avvicinato al basso elettrico; sì lo so, probabilmente sarà un testo nostalgico tipico dei diversamente giovani come me, che quando si guardano indietro lo fanno un po’ come quelli che “ai miei tempi!” …

 

Alla fine, viviamo in un Paese e in un’era dominato dai luoghi comuni, “si stava meglio quando si stava peggio”, “non ci sono più le mezze stagioni”, e chi più ne ha, più ne metta; il senso è che, da una certa età in poi, quando si guarda al passato si vede solo il meglio; oggi fa tutto schifo, ieri era tutto bellissimo.

Peccato solo che, nella maggior parte dei casi, mentre lo vivevamo, quello “ieri”, lo odiavamo profondamente!

 

Allora, io ho iniziato a suonare il basso nell’estate del 1990; si, esatto, proprio nell’estate delle “Notti magiche” di Bennato, Nannini e Schillaci. Avevo formato la prima band dopo aver preso qualche lezione di chitarra, e come spesso accadeva, eravamo quattro chitarre e non c’era il bassista; per fortuna c’era almeno un basso, che uno di noi possedeva, e alla sua domanda “me lo reggi un attimo?”, risposi di si. Ecco, dopo 33 anni non l’ho ancora posato…

 

 

 

Lì possiamo dire sia iniziata la mia avventura bassistica; naturalmente suonavo in una band uno strumento che non avevo mai visto prima; quindi, ti lascio immaginare l’ansia da prestazione, ogni volta! Come risolverla?

Cercando di imparare quanto più possibile nel minor tempo possibile; e qui, i problemi: insegnanti di basso validi ce ne erano pochi e soprattutto, da totale inesperto, non sapevo neanche dove cercarli; il mio insegnante di chitarra si propose, ma mi accorsi subito che non era esattamente il suo mestiere, se non altro perché in una lezione di gruppo con cinque altri chitarristi, portare il basso non era la soluzione migliore per imparare…

 

Ci volle un anno e mezzo prima di scoprire che nel paese a fianco al mio c’era un gran bassista da cui finalmente riuscii ad andare a lezione, ma nel mentre, provai a studiare da solo: immaginate: niente internet, quindi zero tabs, zero negozi online in cui provare a cercare metodi o video (assolutamente vhs in ogni caso) e zero informazioni su negozi specializzati, trascrizioni di brani famosi…Niente di niente!

Ah, e naturalmente ai tempi il basso elettrico era bandito dai Conservatori e quelle poche scuole di musica pop-rock erano costosissime…

 

Quello che avevo erano un quaderno pentagrammato, uno stereo con cassette e vinili (anche il lettore cd l’avrei comprato più tardi).

 

E quindi?

 

Di certo in quel periodo ho sviluppato l’astuzia: qualche trucchetto e mi sono spaccato la mano con esercizi inventati da me (e quello mi sarebbe servito anni dopo, facendo l’insegnante); ma, di contro, ci ho messo molto più tempo di quanto ce ne avrei messo se fossi nato o avessi iniziato a suonare una quindicina di anni più tardi, almeno.

 

La morale?

 

Quello che voglio dire è che, se sei nella fascia di età in cui mi ritrovo io, dovresti renderti conto che se da un lato, per molti versi, può essere vero che “si stava meglio quando si stava peggio”, dall’altro lato non dovremmo sputare sempre contro le nuove tecnologie, i nuovi media e questo nuovo modo di vivere, ma anzi, dovremmo usarli a nostro favore.

 

Chi vuole iniziare a suonare il basso al giorno d’oggi o anche chi già suona ma vorrebbe migliorarsi e si arena sempre davanti al “non ho tempo”, dovrebbe capire quali sono i vantaggi di questa era: non hai tempo per andare da un insegnante a quattro chilometri da casa? O in una scuola? Benissimo: inizia seguire qualche lezione su YouTube (QUI trovi le mie, ad esempio), e se non ti basta, valuta un VIDEO CORSO! Lo segui da casa, smetti e riprendi quando vuoi, e ti costa meno…Giusto?

 

La tecnologia sotto questo punto di vista ci ha aiutato molto negli anni, approfittane!

 

O vuoi continuare a farti dare del boomer? 

 

 

Di |2023-07-20T12:20:23+02:00Luglio 20th, 2023|basso elettrico, Blog, teoria musicale|Commenti disabilitati su QUANDO NON C’ERA YOUTUBE

SI PUO’ DAVVERO MIGLIORARE CON LE LEZIONI ONLINE?

 

 

 

Ehi Basswalker!

 

            Se sei come me un boomer o quasi, hai vissuto quell’era in cui c’era solo un modo per affrontare lo studio della musica: trovarsi un buon maestro e prendere lezioni da lui.     L’alternativa era quella di diventare autodidatta, con tutti i pro e i contro, e, a volte, le polemiche tra le due categorie: “Jimi Hendrix non conosceva la musica” è una delle frasi più sentite e risentite negli anni, pronunciate da chi vuole giustificare il proprio autodidattismo…

 

Poi arrivò internet…

 

            All’inizio la rete era una formidabile fornitrice di tabs, magari qualcuno se le ricorda le prime, scritte con font improbabili, tali da faticare a decifrare anche cosa c’era scritto; però gli “anti-pentagramma” piuttosto che imparare a leggere preferivano questo tipo di studio, che, per di più, non dava mai un minimo di idea della ritmica ad esempio…

 

            Ci si limitava a scrivere numeri su queste quattro linee che dovevano rappresentare le corde e via, poi andava a fantasia di chi ci si cimentava. E di fantasia dovevi averne tanta, se consideri che gli autori di quelle tabs erano spesso ignoti, e altrettanto spesso molto poco esperti…

 

            Poi da lì il passo è stato breve, i programmi per scrivere le tabs sono migliorati tantissimo, sempre più utenti si sono cimentati nella stesura di trascrizioni, a volte anche persone competenti, poi è arrivato YouTube, e il resto è storia…

 

            La tecnologia negli anni è migliorata molto e di sicuro è passata in breve tempo da un mero sistema per “barare” ad un aiuto estremamente efficace; come in tutte le cose, però, bisognerebbe trovare una via di mezzo.

 

 

            Io credo che ancora oggi, nonostante tutto e nonostante tutti, non ci sia niente di meglio che scegliersi un insegnante col quale, per svariati motivi, sentiamo di andare d’accordo, e iniziare un percorso con lui/lei. L’insegnante migliore per te non lo è per qualcun altro, attenzione! Per quello suggerisco di provare e riprovare, con più di uno; e in questo senso, i social, il tubo le lezioni online, ci possono venire incontro: da un video (o più di uno) puoi capire se c’è della sintonia con un Maestro o con un altro, questo è innegabile!

Il problema dell’insegnante o, ancora di più della scuola di musica, è naturalmente quello economico.  È innegabile che i costi per una scuola di musica non sono sempre convenienti, ed è per questo motivo che sempre più persone si affidano all’insegnamento online; in realtà se si parla di lezioni via Skype o simili i costi non sempre sono più convenienti, e in più c’è il problema che se non le si gestisce bene dal punto di vista tecnico, si rischia di avere delle esperienze non gratificanti quanto si vorrebbe.

Ed è proprio in questa ottica che si inseriscono i video corsi.

Certo, potete dire che io sia di parte, se mi seguite sapete che è proprio quello che faccio sul mio sito, ma in realtà se ho iniziato a farli è proprio perché credo in questo modo di apprendere (lato studente) e di insegnare (lato maestro).

            Il video corso per chi magari vuole rimettersi dopo anni, o per chi ha iniziato da autodidatta ma ha capito che si fa troppa fatica senza una guida, è la soluzione ottimale. Certo, non lo è per chi vuole intraprendere una carriera da musicista o comunque sia alla ricerca di una preparazione accademica; ma come ho già avuto modo di dire più volte, per quello ci sono solo i Conservatori!

            In tutti gli altri casi, ti può aiutare. Ti aiuta se sei da solo e non hai risorse da investire in una scuola o in un Maestro (il video corso lo paghi una volta sola, al costo di neanche due lezioni, e ce l’hai sempre); ti aiuta se non hai la costanza, magari perché il lavoro ti porta via tempo ed energie e non riesci tutti giorni a metterti a suonare; in quel caso la lezione settimanale rischia di essere una spesa inutile, non vedresti miglioramenti e saresti costretto a frequentare per non perderci soldi. Il video corso ti aiuta anche perché hai comunque sempre l’assistenza da parte dell’autore, che ti risponde in info line ai dubbi, ti da consigli, suggerimenti e non ti lascia mai solo a te stesso.

 

            Io non so dirti se i video corsi saranno il futuro, ma di sicuro sono quella cosa che, nell’era di internet sempre e ovunque, mancava. Il giusto tassello tra delle lezioni con un Maestro vero e proprio, e la ricerca sconfusionata di soluzioni ai problemi su YouTube, tabs, tutorial, esercizi alla rinfusa…

            Ecco, il video corso sta in mezzo: lezioni in ordine progressivo, materiale in pdf, un maestro che comunque ti segue…Ma tutto senza muoverti da casa e seguendo quando vuoi tu, quando hai tempo e voglia.

 

Siamo nell’era del digitale, sappiamo tutti che sta cambiando un po’ tuto e anche le abitudini, qualcosa in meglio, qualcosa in peggio; ma bisogna prendere atto di queste nuove possibilità che ci sono e, quanto meno, sarebbe giusto valutarle.

 

Se vuoi valutare tu stesso da vicino, io ti posso consigliare i miei video corsi, li trovi qui:

 

davidemartini.com/video-corsi

 

Cosa ne pensi?

 

 

 

 

 

Di |2023-07-10T16:04:32+02:00Luglio 13th, 2023|basso elettrico, Blog, teoria musicale|Commenti disabilitati su SI PUO’ DAVVERO MIGLIORARE CON LE LEZIONI ONLINE?

Quante scale devo imparare?

Ehi Basswalker!

 

La situazione è questa: hai iniziato studiare il basso seriamente (o ripreso, dopo tanti anni), e ti stai rendendo conto che ogni volta che impari una scala, arriva il tuo maestro e te ne suggerisce una nuova… A questo punto ti chiedi: ma quante saranno? Quante ne devo imparare? Finiranno mai? E soprattutto: le userò mai tutte?

 

Conosco quell’espressione, che hai sul viso, in questo momento, l’ho avuta anch’io a suo tempo.

 

Oggi sono qui per provare a darti una risposta che ti sia per lo meno utile.

 

La prima cosa che posso dirti è che devi stare tranquillo, non devi impararle tutte. Dopodiché occorre però fare alcune precisazioni e analizzare il tuo caso, che può essere diverso da quello di molti altri.

Quando ci approcciamo allo studio di una materia come la musica, dovrebbe attivarsi in noi una curiosità che ci porterà a volerne sapere sempre di più, come per tutte le materie, credo. La musica è in gran parte anche scienza, oltre che arte, e, in quanto tale, può essere esplorata in modo esponenziale, per rendersi conto di quanti argomenti affascinanti tratta, che vanno dalla fisica(acustica) e arrivano, se vogliamo, fino alla psicologia, senza contare che si può approfondire la storia e naturalmente tutti gli aspetti tecnici che riguardano il “suonare” vero e proprio.

 

Ora, la parte più squisitamente teorica è una materia decisamente vasta, e ci parla di scale, appunto, ma anche di accordi, volendo, di toni e semitoni, sistema temperato, microtoni e tutto il resto. Ti incuriosisce tutto questo? Se la risposta è affermativa, allora studia e cerca di comprendere quante più scale riesci!

 

Ma tieni presente che se arrivi ad approfondire scale esotiche, orientali o modi antichi, ovviamente lo stai facendo per pura passione, a meno che tu non decida di suonare la musica specifica di un certo angolo di mondo…Ad esempio, sai che cos’è il “pelog”? È una scala di sette suoni tipica del gamelan, musica di origine indonesiana.

Credi che suonerai mai del gamelan? Se sì, accomodati, in rete trovi molte informazioni su questa affascinante musica e sulle sue scale caratteristiche…

 

Spero che sia chiaro il senso del discorso, in ogni caso quello che ti voglio suggerire è: studia ciò che ti serve! Anche in caso tu abbia mire da professionista, potrebbe non servirti tutto lo scibile a proposito delle scale; generalmente se andrai a suonare jazz ad alti livelli, o se deciderai di diventare un docente in materia jazzistica, allora sicuramente dovrai conoscere più scale di chi va a suonare hard rock nei pubs il sabato sera, questo è chiaro. Ma in linea di massima, ti ripeto: per cultura personale puoi approfondire ciò che vuoi, se suoni per divertirti un po’ di rock o del blues, al massimo, o metal, ma anche funk o r&b, allora una volta che conosci i modi della scala maggiore, le pentatoniche e se proprio vuoi un paio di modi dal sistema modale minore melodico, hai davvero tutto quello che ti serve e oltre.

Più ti avvicini al jazz o ad altri tipi di musica carichi di contaminazioni con culture diverse, allora più dovrai aggiungere certe scale al tuo bagaglio, perché poi avrai bisogno di ricreare probabilmente quel tipo di sonorità.

 

Quindi, per chiudere, ricorda che dipende tutto dal tuo approccio alla musica, allo strumento e dai tuoi obiettivi; stai tranquill* che si vive bene e si suona altrettanto bene anche senza avere mai avuto a che fare con certe scale dai nomi complicatissimi…

 

Buono studio!

 

Di |2023-06-29T10:36:18+02:00Giugno 29th, 2023|basso elettrico, Blog, musica, Senza categoria, teoria musicale|Commenti disabilitati su Quante scale devo imparare?

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