Flea debutta davvero da solista: “Honora” e il coraggio di ricominciare a 60+ anni

Ok: Flea pubblica “Honora” il 27 marzo 2026 su Nonesuch Records. Non un singolo esperimento, non un featuring “strano” buttato lì: un album solista full-length. Lo dice Nonesuch in persona (quindi fonte primaria, niente “si dice”).

E già qui parte la prima riflessione: quando uno come Flea — che potrebbe campare di riff, tour e royalties fino al 2089 — decide di rimettersi in gioco con un progetto così diverso, vuol dire che dentro c’è qualcosa di serio.

Flea album solista 2026

Perché è interessante “alla sua età” (spoiler: è un segnale bellissimo)

C’è un’idea tossica che gira tra musicisti: “a una certa età ti ripeti”.
Flea fa l’opposto: torna alle origini, perché prima di essere “Flea dei RHCP” era un trombettista, e la tromba è sempre rimasta lì, come un tarlo creativo.

Questa cosa, da musicisti, dovrebbe gasarci: non esiste “troppo tardi” per aprire un nuovo capitolo, se hai ancora fame.

Il cast: jazz moderno, ma con facce che conosciamo (e ospiti pesanti)

“Honora” è costruito con una band jazz contemporanea di livello alto: Josh Johnson (anche produttore), Jeff Parker, Anna Butterss, Deantoni Parks (più altri musicisti).

E poi arrivano gli ospiti che ti fanno alzare un sopracciglio: Thom Yorke e Nick Cave.

Tradotto: non sembra la classica “vanity project” da rockstar. Sembra più una roba tipo: “ok, adesso faccio davvero quello che ho in testa”.

“Traffic Lights”: che impressione fa il singolo?

Il primo pensiero da bassisti è: “ok, ma dov’è lo slap?”.
Ecco, non è quel film.

“Traffic Lights” è più ipnotico che esplosivo: ha quell’andamento che ti prende per la collottola e ti costringe ad ascoltare i dettagli (dinamiche, spazi, interplay). È un brano che dice: “qui non devo dimostrare niente, devo raccontare qualcosa”. Ed è una scelta coraggiosa, perché non cerca la hit facile.

Se mi chiedi “piacerà ai fan dei Chili?”, secondo me a una parte sì e a una parte no. Ma è proprio questo il bello.

Il “primo tentativo” e il lato didattico: Helen Burns e Silverlake Conservatory

Questa non è la prima volta che Flea esce dal recinto RHCP. Nel 2012 aveva pubblicato “Helen Burns”, un EP solista (registrato anni prima) con una formula particolare: name-your-price attraverso il sito della Silverlake Conservatory of Music.

Qui entra il mio angolo preferito: l’idea che un musicista enorme usi la propria notorietà anche per un percorso educativo/artistico parallelo, fuori dal mainstream. “Honora” sembra la versione matura e compiuta di quella spinta: non un contenuto “da fan”, ma un progetto musicale vero.

Il basso in tutto questo? (perché sì, ci riguarda eccome)

Anche se la tromba è il faro, il basso non sparisce: il punto è che cambia funzione. Non più “basso protagonista”, ma basso come architettura, come scelta di suono, timing, intenzione.

E qui arriva la domanda da Basswalkers:
quanto di quello che chiamiamo “suono Flea” è tecnica, e quanto è mente musicale?
Perché in un contesto jazz moderno, se non hai testa e orecchie, puoi avere anche il miglior Jazz Bass del mondo… e suoni comunque fuori posto.

Domandona finale

Ora tocca a te:
questo ritorno solista ti entusiasma? È un gesto d’arte, una “seconda vita”, o una mossa che rischia di essere letta come nostalgia?

E soprattutto: credi che “Honora” possa generare nuove hit, o rimarrà un disco da musicisti (quindi bellissimo ma di nicchia)?

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