Ehi Basswalkers!
Il 29 settembre 1986 usciva Somewhere in Time.

Quarant’anni esatti oggi.
Gli Iron Maiden arrivavano da Powerslave, dal World
Slavery Tour e da Live After Death. In pratica avevano appena
dimostrato al mondo che la loro formula funzionava piuttosto bene.
La scelta più prudente sarebbe stata semplice:
rifacciamola.
E invece no.
Dentro Somewhere in Time entrano suoni nuovi, guitar
synth, bass synth e un’atmosfera molto più futuristica. Non abbastanza
da trasformare gli Iron Maiden in una band elettronica — tranquilli,
Eddie non si mise a fare synth-pop — ma abbastanza da rendere il disco
immediatamente diverso da ciò che lo aveva preceduto.
E la cosa che mi interessa, quarant’anni dopo, non è tanto il
sintetizzatore.
È una domanda:
come si cambia senza perdere la propria identità?
Il futuro entra negli Iron Maiden
La discografia ufficiale degli Iron Maiden fissa l’uscita di
Somewhere in Time al 29 settembre 1986. Il
disco fu prodotto da Martin Birch e registrato tra i Compass Point
Studios alle Bahamas e i Wisseloord Studios nei Paesi Bassi.
Nei crediti troviamo Steve Harris al basso e bass
synthesizer, mentre Dave Murray e Adrian Smith utilizzano
anche guitar synth.
Oggi può sembrare quasi normale. Nel 1986, dentro una delle più
importanti band heavy metal del mondo, lo era molto meno.
La cosa interessante è che Steve Harris non ha mai raccontato
quella scelta come una conversione improvvisa alla tecnologia. Anzi.
Ripensando a quel periodo spiegò che, se gli strumenti disponibili
negli anni precedenti fossero stati sufficientemente evoluti,
probabilmente li avrebbero utilizzati già prima.
Il principio era molto semplice: la tecnologia andava bene
se permetteva alla band di fare musicalmente qualcosa di
utile.
Non perché fosse nuova.
Non perché fosse di moda.
E nemmeno perché sul pannello si accendessero tante lucine, che per
noi musicisti rimane comunque una tentazione difficilissima da
ignorare.
Ma c’era un limite molto preciso
In un’intervista del 1988, Harris spiegò anche un’altra cosa che
trovo ancora più interessante.
Gli Iron Maiden lavoravano in studio pensando sempre alla
possibilità di riprodurre dal vivo ciò che stavano
registrando.
Harris non voleva arrivare al punto di costruire una produzione
talmente complessa da costringere il pubblico, durante il concerto, a
chiedersi dove fossero finite tutte le parti ascoltate sul disco.
Ed eccolo, il confine.
Sperimentare sì. Perdere il rapporto con ciò che sei,
no.
È una distinzione che vale ancora oggi, forse persino più di allora.
Abbiamo plugin, simulatori, intelligenza artificiale, effetti,
modeler, strumenti virtuali e possibilità di manipolazione che nel
1986 sarebbero sembrate fantascienza perfino sulla copertina di
Somewhere in Time.
Ma la domanda utile non è: “Posso farlo?”
Quasi sempre possiamo.
La domanda è:
“Serve alla musica che sto facendo?”
Il paradosso Steve Harris
Ed è qui che Steve Harris diventa particolarmente interessante per
noi bassisti.
Perché parliamo di un musicista con un’identità sonora quasi
ostinatamente riconoscibile.
Precision Bass. Corde flatwound. Dita. Attacco violentissimo. Quel
suono brillante e aggressivo capace di attraversare un muro di
chitarre.
Ancora nel 2025 Harris spiegava di non modificare molto il proprio
setup e di non essere particolarmente interessato alla tecnologia fine
a se stessa. Una parte enorme del suo suono, dice, deriva
semplicemente dal modo in cui suona.
Quindi abbiamo lo stesso musicista che da una parte mantiene per
decenni alcuni elementi fondamentali del proprio linguaggio e
dall’altra, nel 1986, mette un bass synth su un disco degli Iron
Maiden.
Contraddizione?
Secondo me è esattamente il contrario.
Quando sai bene chi sei, puoi permetterti di cambiare molte
più cose.
Gli Iron Maiden sono anche una band scritta da un bassista
C’è poi un altro elemento che rende Somewhere in Time
particolarmente interessante da osservare da queste pagine.
Steve Harris compone abitualmente sul basso.
E non soltanto le parti di basso.
Ha raccontato di costruire sullo strumento anche riff, melodie e
parti che successivamente vengono affidate alle chitarre. Adrian Smith
ha spiegato che proprio questa traduzione contribuisce a rendere
particolare il linguaggio dei Maiden: un’idea concepita da un bassista
non si muove necessariamente come un’idea nata sotto le dita di un
chitarrista.
In Somewhere in Time questa identità incontra anche un
contributo compositivo molto forte di Smith, autore di Wasted
Years, Sea of Madness e Stranger in a Strange
Land, mentre Harris firma o cofirma gran parte del resto del
disco.
Il risultato non è una band che abbandona ciò che era.
È una band che allarga il proprio vocabolario.
Innovare non significa buttare via tutto
Questa è forse la cosa che mi interessa di più riportare al nostro
piccolo mondo di bassisti.
Quando troviamo qualcosa che funziona tendiamo spesso a cadere in
uno dei due estremi.
Il primo:
“Questo è il mio suono. Non cambio niente.”
Il secondo:
“È uscito qualcosa di nuovo. Devo cambiare tutto.”
Entrambi possono diventare una trappola.
Un nuovo pedale non ci rende automaticamente più moderni.
Un plugin non ci rende più creativi.
Un basso vintage non ci rende più autentici.
E rifiutare uno strumento soltanto perché “una volta non si faceva
così” non ci rende più puri.
La tecnologia è semplicemente un altro elemento del linguaggio.
Se volete approfondire quanto il suono dipenda realmente da tocco,
dinamica ed equalizzazione, ne ho parlato anche nell’articolo Come
ottenere un suono più definito sul basso: EQ, dinamica e tocco. E
se vi interessa il modo in cui il basso può convivere con strumenti e
tecniche di produzione contemporanee, trovate anche Il
basso nella produzione moderna: sidechain, compressione multibanda e
saturazione.
La domanda rimane sempre la stessa:
quello che sto aggiungendo rende più chiara la mia idea
musicale oppure la sta semplicemente coprendo?
Quarant’anni dopo
Per celebrare il quarantennale, gli Iron Maiden hanno annunciato
una nuova edizione limitata di Somewhere in Time su vinile
color oxblood, in uscita il 4 dicembre 2026. Nello
stesso mese arriverà anche un box dedicato ai primi nove album in
studio della band.
È curioso pensare che oggi celebriamo come “classico” un disco che
quarant’anni fa rappresentava invece un cambiamento.
Forse è questo il punto.
Un’identità musicale forte non è una fotografia.
Non significa ripetere per sempre le stesse scelte, usare gli
stessi strumenti o rifiutare tutto ciò che arriva dopo.
Significa avere alcuni elementi abbastanza solidi da sopravvivere
al cambiamento.
Nel caso di Steve Harris: il modo di scrivere, il tocco, il ruolo
del basso, l’energia, il rapporto con le chitarre.
Intorno a quelli, nel 1986, potevano tranquillamente comparire
anche i sintetizzatori.
E quarant’anni dopo ascoltiamo Somewhere in Time senza pensare:
“Ecco quando gli Iron Maiden smisero di sembrare gli Iron Maiden.”
Semmai pensiamo esattamente il contrario.
Ecco un altro modo in cui gli Iron Maiden riuscirono a
essere gli Iron Maiden.
Fonti e approfondimenti
Iron
Maiden — scheda ufficiale di Somewhere in Time
Iron
Maiden — annuncio ufficiale dell’edizione per il 40°
anniversario
