Devi sostituire il bassista dei Judas Priest. Sei pronto?

Ehi Basswalkers!

Immaginate che squilli il telefono.

“Ciao. Abbiamo un problema con il bassista. Riusciresti a sostituirlo?”

“Certo. Quando?”

“Stasera.”

Ora sostituite mentalmente “il bassista” con Ian
Hill
e “il gruppo” con i Judas Priest.

 

sostituire bassista Judas Priest

 

Ecco.

Io probabilmente a quel punto chiederei se per caso non avessero
sbagliato numero.

Il 21 settembre i Judas Priest hanno annunciato che Ian Hill non
avrebbe potuto partecipare al concerto all’Eventim Apollo di Londra a
causa di una seria lesione a un tendine del braccio sinistro. Al basso
è arrivato Davey Rimmer degli Uriah Heep e lo show si
è svolto regolarmente.

Attenzione però a non costruire una leggenda che non possiamo
verificare: l’annuncio pubblico della sostituzione è arrivato il
giorno del concerto, ma non sappiamo quando Rimmer sia stato avvertito
né quanto tempo abbia effettivamente avuto per prepararsi.

E, soprattutto, a quei livelli probabilmente il concetto di
“emergenza” è organizzato un po’ meglio rispetto a noi comuni
mortali.

Rimmer non è esattamente un bassista trovato alle 17:30 scrivendo
nel gruppo WhatsApp “Raga conoscete qualcuno libero?”. Ha già
condiviso tour e ambienti professionali vicini ai Judas Priest ed è il
bassista degli Elegant Weapons di Richie Faulkner.

Però la notizia mi ha fatto tornare in mente una situazione che
conosco piuttosto bene.

Sostituire un altro bassista.

E possibilmente farlo senza che il pubblico si accorga che dentro
di te sta suonando un allarme antincendio.

Essere un sostituto è un mestiere nel mestiere

Mi è capitato parecchie volte di essere chiamato per sostituire
bassisti in gruppi molto diversi fra loro.

E ho imparato abbastanza presto che non esiste un unico modo per
prepararsi.

Dipende dalla musica.

Dipende dal gruppo.

Dipende da quanto tempo hai.

E dipende soprattutto da che cosa quella situazione ti
chiede di saper fare
.

Circa quindici anni fa, per esempio, mi capitò una sostituzione con
una formazione che suonava flamenco.

Piccolo particolare:

io non avevo mai suonato flamenco.

Una di quelle situazioni professionali nelle quali sarebbe
perfettamente ragionevole rispondere:

“Mi dispiace, non è il mio genere.”

Naturalmente io risposi sì.

E quindi mi ritrovai a dover studiare in pochissimo tempo un
linguaggio che non conoscevo, preparare materiale nuovo e, in alcuni
casi, leggere direttamente sul palco partiture di brani che
praticamente non avevo mai sentito.

Nel frattempo dovevo anche occuparmi di un altro dettaglio
apparentemente secondario:

sembrare uno che sapeva perfettamente cosa stava
facendo.

Perché puoi anche essere concentratissimo sulla partitura, ma stai
comunque facendo uno spettacolo.

Il pubblico non ha pagato il biglietto per assistere alla tua
sessione di studio.

AC/DC e Queen: metodo scientifico, più o meno

In altre occasioni è andata decisamente meglio.

Mi è capitato di fare sostituzioni in tribute band rock, per
esempio dedicate ad AC/DC e Queen.

Lì almeno partivo da un linguaggio che conoscevo.

Ma c’era un problema diverso.

Una tribute band non deve semplicemente eseguire correttamente una
serie di canzoni.

Deve costruire uno show.

E quindi imparare che dopo il ritornello arriva la strofa non basta.

Bisogna sapere cosa succede dopo quel brano, dove sei sul palco,
come parte quello successivo, quali sono gli stacchi, quali segnali
arrivano dagli altri musicisti e soprattutto bisogna evitare quella
meravigliosa pausa da sostituto:

“Ah sì, giusto, adesso c’era il bridge.”

Il mio metodo di preparazione in quei casi era molto sofisticato.

Suonavo l’intera scaletta sette o otto volte di fila.

Fine del metodo.

Non studiavo più il singolo pezzo.

Simulavo il concerto.

Arrivavo alla fine e ripartivo.

L’obiettivo era fare in modo che le strutture smettessero di
richiedere un pensiero cosciente. Dovevo sapere dove mi trovavo anche
quando l’attenzione era occupata da qualcos’altro.

Perché in una tribute band sapere le note è forse metà del lavoro.

L’altra metà consiste nel convincere il pubblico che quelle note
appartengano allo spettacolo.

Poi ci sono blues e jazz: benvenuti nel meraviglioso mondo del
“vediamo cosa succede”

Con blues e jazz il problema cambia ancora.

Naturalmente bisogna conoscere il linguaggio, le strutture, l’armonia.

Ma arriva un momento in cui non puoi prevedere tutto.

Ed è lì che una buona attitudine all’improvvisazione e
all’adattamento mi ha salvato parecchie volte.

Ascoltare quello che succede.

Guardare gli altri musicisti.

Capire dove stanno andando.

Riconoscere un segnale.

Accorgersi che qualcosa è cambiato.

E, soprattutto, sapersi correggere in corsa.

Perché prima o poi succede.

Entrate nel punto sbagliato.

Interpretate male un segnale.

Pensate che stia arrivando il ritornello e scoprite che qualcuno ha
deciso democraticamente — senza informarvi — che faremo un’altra
strofa.

A quel punto esiste una regola fondamentale.

Non fate la faccia.

Mai.

Il pubblico magari non si è accorto di niente.

Avete suonato un Fa# invece di un Sol, avete capito immediatamente
cosa stava succedendo e siete rientrati.

Tutto bene.

Poi però guardate il chitarrista con gli occhi di uno che ha appena
visto apparire sua nonna sul palco dei Judas Priest.

Adesso lo sanno tutti.

Dentro potete essere nel panico più completo.

Fuori:

“Esattamente quello che avevo intenzione di fare.”

E poi c’è Ian Hill

La cosa curiosa è che tutta questa riflessione nasce dall’assenza
di uno dei bassisti che, nella storia del metal, ha probabilmente
fatto meno di molti altri per attirare l’attenzione su di sé.

Ian Hill è nei Judas Priest dal 1969.

È uno dei fondatori del gruppo e l’unico componente rimasto
presente per tutta la loro storia.

Se pensiamo ai Judas Priest, però, le immagini che arrivano
immediatamente sono altre.

Rob Halford.

Le due chitarre.

Il metallo.

Le Harley-Davidson.

Le borchie.

Probabilmente una quantità di pelle nera sufficiente a provocare
qualche preoccupazione all’intera industria bovina.

E dietro tutto questo c’è Ian Hill.

Non è il bassista che ha costruito la propria reputazione sul
virtuosismo.

E sarebbe però sbagliato trasformare questa osservazione in “Ian
Hill non è tecnico”.

Hill stesso ha indicato alcune parti del periodo di
Jugulator e Demolition fra le cose tecnicamente più
impegnative che abbia registrato.

La questione è un’altra.

La tecnica non è ciò che definisce il suo ruolo nei Judas
Priest.

Il suo compito è dare fondamenta a una band nella quale succedono
già moltissime cose sopra di lui.

E lo fa da più di mezzo secolo.

Provate a sostituire uno così

Ed è proprio qui che una sostituzione diventa interessante.

Se dovete sostituire Ian Hill, la domanda non è:

“Come posso rendere più interessante questa parte?”

La domanda è:

“Perché Ian Hill la suona così?”

In una band con due chitarre distorte enormi, una voce come quella
di Halford e una batteria metal, il basso deve trovare uno spazio
preciso.

Hill ha raccontato anche che il passaggio al plettro fu legato alla
necessità di ottenere maggiore definizione e presenza dentro quel muro
di chitarre.

Quindi magari sulla carta vedete una parte apparentemente semplice.

Ma quella parte ha una funzione.

Cambiatela troppo e potreste scoprire che ciò che sembrava
“semplice” era esattamente quello che teneva insieme tutto.

È uno dei motivi per cui ho dedicato anche un mio video su
YouTube a Ian Hill e al suo modo di concepire il basso nei Judas
Priest.

Perché non tutti i bassisti che hanno fatto la storia hanno
cambiato lo strumento suonando quantità impressionanti di note.

Alcuni hanno fatto la storia suonando esattamente quelle
che servivano
.

E Ian Hill, piaccia o meno il suo stile, è il basso di una parte
enorme della storia dell’heavy metal.

Quindi: come si prepara una sostituzione?

Non credo esista una formula universale.

Le mie esperienze mi hanno insegnato semmai il contrario.

Con il flamenco mi servivano lettura, concentrazione e capacità di
adattarmi a un linguaggio nuovo.

Con le tribute band mi servivano memoria, resistenza e conoscenza
quasi fisica dello show.

Con blues e jazz mi servivano soprattutto orecchie, linguaggio e
capacità di reagire.

Ma alcune cose tornano sempre.

Imparate prima la struttura, poi occupatevi dei
dettagli.

Una nota leggermente diversa può passare inosservata. Entrare nel
ritornello mentre tutti stanno facendo la strofa è un po’ più
difficile da mimetizzare.

Ascoltate gli altri.

Sembra banale finché non ci accorgiamo di quanto facilmente, sotto
pressione, cominciamo ad ascoltare soltanto noi stessi.

Guardate.

Un cenno del batterista, il movimento del cantante, il chitarrista
che si avvicina al pedale: sul palco circolano continuamente
informazioni che non sono scritte da nessuna parte.

Non cercate di dimostrare quanto siete bravi.

Se state sostituendo qualcuno, il vostro successo non consiste nel
far pensare al pubblico:

“Però questo bassista è molto più forte dell’altro.”

Consiste nel permettere alla band di continuare a essere quella band.

È la stessa idea che ritorna spesso nel mio modo di intendere le lezioni
di basso
: tecnica, lettura, repertorio e improvvisazione diventano
davvero utili quando permettono di reagire alla musica reale. E
conoscere linguaggi diversi, dal rock al blues fino al jazz, è anche
il principio alla base del percorso Impara
tutti gli stili
.

E infine:

se sbagliate, continuate.

Correggetevi.

Respirate.

E ricordate la regola.

Non.

Fate.

La faccia.

In bocca al lupo, colleghi

Quindi innanzitutto un grande augurio a Ian Hill,
sperando che possa recuperare completamente e tornare presto al suo
posto.

E complimenti a Davey Rimmer per essere salito su quel palco.

Non sappiamo quanto tempo abbia avuto per prepararsi e non sappiamo
quale organizzazione fosse già stata predisposta dietro le quinte. A
quei livelli è ragionevole aspettarsi una gestione dell’emergenza
molto più strutturata di quella che capita normalmente a noi.

Ma il principio rimane.

Prima o poi, nella vita di molti musicisti, arriva quella telefonata.

“Ciao. Scusa il poco preavviso…”

A tutti quelli che la riceveranno oggi:

in bocca al lupo.

Studiate la scaletta.

Ascoltate gli altri.

Guardate il batterista.

E qualsiasi cosa succeda sul palco…

per l’amor del cielo,

non fate quella faccia.


Fonti e approfondimenti

Judas Priest
— comunicazione ufficiale sull’infortunio di Ian Hill e la
sostituzione con Davey Rimmer

Guitar
World — Ian Hill riflette sulla propria storia, sul plettro e sulle
bassline dei Judas Priest

Una Risposta

  • Sante parole Davide, mi è capitato due volte di dover sostituire al basso. Tieni conto che io sono prevalentemente un chitarrista acustico, ma il basso resta il mio hobby preferito!
    Una volta il bassista del mio gruppo ha avuto un problema, ma con una settimana di tempo e il 90% delle tablature il concerto è filato liscio, certo qualche sbavatura immancabilmente accompagnata da sorrisi e cenni di solidarietà da parte del batterista e anche i fan più datati non si sono accorti di nulla…(parole loro).
    La seconda volta una band rock di giovani musicisti, un giorno prima.. Mi è bastato sapere la scaletta e le parti di solo o i riff particolari di basso.
    Questi casi sono per me la gioia del musicista, io mi diverto tantissimo !!!

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