Da ragazzi cerchiamo nel pubblico una faccia conosciuta per sentirci al sicuro.
Poi diventiamo grandi, impariamo a farne a meno e scopriamo che forse quella faccia ci manca per un motivo completamente diverso.
Ehi Basswalkers!
«Domani suono a Parabiago. Vieni a sentirmi?»
Credo di aver pronunciato questa frase centinaia di volte.
Anche perché a Parabiago ci abitavo, quindi logisticamente aveva pure un certo senso.
Amici, genitori, fidanzate, conoscenti. Quando ero ragazzo e suonavo da qualche parte, mi faceva piacere sapere che qualcuno sarebbe venuto.
Anzi, diciamola tutta: soprattutto nei primi anni mi faceva proprio stare più tranquillo.
Salivi sul palco, sistemavi il basso, partiva il concerto e prima o poi alzavi gli occhi.
E cercavi qualcuno.
Magari in fondo al locale vedevi una faccia conosciuta. Un amico che ti salutava. Tuo padre. Tua madre. La fidanzata.
«Oh, bene. C’è.»
Non doveva fare niente.
Bastava esserci.
La cosa curiosa è che oggi, dopo tanti anni passati a suonare dal vivo, non lo faccio praticamente più.
Non chiedo quasi mai a qualcuno di venire a vedermi. Non telefono agli amici per dire dove suonerò sabato. Non organizzo spedizioni di parenti al concerto.
È il mio lavoro.
Se ogni volta che suono dovessi mobilitare amici e conoscenti, credo che dopo qualche mese inizierebbero a cambiare numero di telefono.
Però qualche tempo fa mi sono accorto di una cosa.
Ogni tanto, dal palco, alzo ancora gli occhi.
E tra tutte quelle persone che non conosco, per un istante mi farebbe piacere vedere qualcuno che conosco.
Non perché ne abbia bisogno.
Ed è proprio questa la parte che mi ha fatto pensare.
Non saprei dire quando ho smesso di cercarli
Non ricordo un concerto preciso.
Non c’è stata una sera in cui sono salito sul palco e ho pensato:
«Bene, da oggi sono grande. Posso suonare senza mia mamma.»
Per fortuna.
Dev’essere successo piano piano.
All’inizio suoni davanti agli amici. Poi davanti agli amici degli amici. Poi davanti a persone che non hai mai visto.
Nel frattempo cambiano i locali, cambiano i gruppi, cambiano i palchi.
Qualche volta davanti hai trenta persone.
Qualche volta trecento.
Qualche volta molte di più.
E a un certo punto ti abitui.
Impari anche che il pubblico sconosciuto ha una caratteristica niente male: non ti deve niente.
Se tua madre viene a sentirti e alla fine ti dice che sei stato bravissimo, la cosa fa piacere.
Però, ecco…
È tua madre.
Diciamo che come critica musicale potrebbe avere un leggerissimo conflitto d’interessi.
Probabilmente avrebbe detto «bravissimo!» anche dopo una serata nella quale avevi sbagliato tonalità, locale e forse persino strumento.
Uno sconosciuto no.
Non sa chi sei.
Non conosce quanto hai studiato.
Non sa che hai guidato due ore per arrivare lì, che hai montato tutto il pomeriggio o che hai dormito quattro ore.
Non gliene frega niente.
E va benissimo così.
Tu suoni.
Se gli arrivi, gli arrivi.
Se non gli arrivi, amen.
A un certo punto devi uscire dalla stanza in cui tutti ti dicono che sei bravo
Credo che questa sia una parte importante della crescita di un musicista.
Prima o poi bisogna smettere di misurarsi soltanto con chi ci vuole bene.
Non perché amici e parenti mentano.
Semplicemente perché ci vogliono bene.
Il loro giudizio ha un valore affettivo, non necessariamente musicale.
Quando inizi a suonare davanti a persone che non ti conoscono, invece, succede qualcosa di molto utile.
Ti esponi.
Magari scopri che quello che funzionava benissimo davanti ai tuoi amici non funziona affatto davanti a duecento sconosciuti.
Magari scopri il contrario.
Magari fai una serata della Madonna e nessuno sa nemmeno come ti chiami.
Oppure fai schifo.
Capita anche quello.
Poi torni a casa, ci dormi sopra e il giorno dopo sei ancora vivo.
Ed è una discreta lezione.
Col tempo inizi anche a capire da solo quando hai suonato bene e quando no. Non hai più bisogno di qualcuno che venga a dirtelo a fine serata.
E credo che, professionalmente, sia un passaggio necessario.
Poi sono arrivati i social.
«Condividere» una volta significava un’altra cosa
Oggi la parola condividere ha assunto un significato molto preciso.
Fai una cosa.
Tiri fuori il telefono.
Foto.
Post.
Storia.
«Stasera si suona!»
Hai condiviso.
E sia chiaro: lo faccio anch’io.
I social fanno parte del mio lavoro e negli anni mi hanno permesso di conoscere persone, trovare allievi, far ascoltare quello che faccio e costruire buona parte dell’attività che svolgo oggi.
Quindi non partirò con il pistolotto «eh, ai miei tempi non c’erano i telefonini e stavamo tutti meglio».
Anche perché ai miei tempi c’erano altre cose abbastanza discutibili. Compresi certi pantaloni.
Però mi sono chiesto se stiamo usando la stessa parola per indicare due cose diverse.
Quando dicevo:
«Domani suono a Parabiago. Vieni a sentirmi?»
non stavo chiedendo a qualcuno di vedere quello che facevo.
Gli stavo chiedendo di esserci.
Doveva vestirsi, uscire di casa, prendere la macchina, trovare parcheggio, entrare nel locale e sorbirsi il concerto.
Magari pure il gruppo che suonava prima di noi.
Era un’attività decisamente poco ottimizzata.
Oggi posso pubblicare trenta secondi di un concerto e mostrarli in pochi minuti a centinaia o migliaia di persone.
È comodissimo.
Ma abbiamo davvero condiviso la stessa cosa?
Non ne sono tanto sicuro.
Il «bravissimo!» è diventato un numero
C’è poi un’altra stranezza.
Una volta tua madre veniva al concerto e ti diceva:
«Sei stato bravissimo.»
Tu eri contento.
Ma, sotto sotto, sapevi come funzionava.
Oggi pubblichiamo un video.
38 like.
Grande!
Numero uno!
Spettacolo!
Sei sempre il migliore!
E magari sono proprio gli stessi amici e parenti che trent’anni fa erano sotto al palco.
Non c’è assolutamente niente di male.
Anzi, fa piacere.
Il rischio nasce quando iniziamo a leggere quella risposta come una misura di quanto siamo bravi.
Perché i social hanno fatto una cosa abbastanza curiosa: hanno trasformato qualcosa che prima riconoscevamo facilmente come affetto in qualcosa che assomiglia a una valutazione.
Ci sono i numeri.
- Like.
- Visualizzazioni.
- Commenti.
- Follower.
Sembra tutto molto scientifico.
Ma se i primi venti like arrivano dagli stessi venti amici che avrebbero comunque detto «bravo!» sotto al palco, forse non abbiamo ancora commissionato uno studio alla NASA.
E per chi sta crescendo musicalmente questa cosa può diventare persino ingannevole.
Non perché i complimenti facciano male.
Ci mancherebbe.
Ma perché sentirsi continuamente dire che siamo già bravissimi può farci dimenticare quanto sia utile, ogni tanto, trovarci davanti a qualcuno che non ha nessun motivo per pensarlo.
Quello sconosciuto sotto al palco, in questo senso, è prezioso.
Non sa chi siamo.
Dobbiamo conquistarcelo.
Poi finalmente diventi professionista
Passano gli anni.
Suoni.
Studi.
Fai chilometri.
Sbagli concerti.
Ne fai altri bellissimi.
Incontri musicisti molto più bravi di te e, se sei furbo, invece di deprimerti cerchi di rubargli qualcosa.
A un certo punto smetti di chiedere agli amici:
«Oh, sabato suono. Venite?»
Finalmente.
Ce l’hai fatta.
Hai reciso il cordone ombelicale.
Sei un professionista.
Ed è esattamente in quel momento che arriva il gestore del locale:
«Sì, ok… ma voi quanta gente portate?»
E lì capisci che l’universo ha un suo senso dell’umorismo.
Ho impiegato trent’anni a smettere di rompere le balle agli amici perché venissero ai miei concerti e adesso dovrei ricominciare perché me lo chiede il locale?
Fantastico.
Naturalmente qui si aprirebbe un altro discorso enorme sul modo in cui viene gestita una parte della musica dal vivo in Italia, ma lasciamolo per un’altra volta.
Altrimenti mi passa la poesia.
Il punto è un altro.
Forse non abbiamo mai avuto bisogno della stessa cosa
Più ci penso e più credo di aver confuso per anni due cose.
Approvazione e condivisione.
Da ragazzo probabilmente avevo bisogno di entrambe.
Vedere una faccia conosciuta sotto al palco mi rassicurava.
Se dopo il concerto qualcuno mi diceva che ero stato bravo, ancora meglio.
Con gli anni la prima necessità è diminuita.
Ho imparato a capire da solo se una serata è andata bene.
Ho imparato che posso suonare davanti a persone che non conosco.
Ho imparato che qualcuno può non apprezzare quello che faccio e che non succede assolutamente niente.
Quella è stata una conquista.
Ma forse, insieme al bisogno di approvazione, ho dato per scontato di aver superato anche quello di condivisione.
E invece sono due cose diverse.
Non avere più bisogno che qualcuno mi dica «sei stato bravo» non significa necessariamente non desiderare che qualcuno sia lì.
Anzi, forse oggi quella presenza avrebbe un significato persino più pulito.
Non dovrebbe rassicurarmi.
Non dovrebbe giudicarmi.
Non dovrebbe farmi sentire un musicista.
So già di esserlo.
Sarebbe semplicemente qualcuno con cui condividere quel momento.
Lo sconosciuto e l’amico vedono due concerti diversi
C’è una cosa bellissima nel suonare davanti a persone che non ti conoscono.
Se alla fine applaudono, quell’applauso te lo sei guadagnato lì.
Non hanno visto le prove.
Non sanno cosa c’è dietro.
Vedono quello che succede in quel momento.
Ed è giusto così.
Ma forse è proprio questo che rende diversa la presenza di qualcuno che ti conosce.
Lo sconosciuto vede il concerto.
L’amico vede anche tutto quello che c’è stato prima.
Sa magari che suonavi quando avevi vent’anni.
Sa delle serate nei localini.
Degli strumenti caricati in macchina.
Delle prove.
Dei periodi in cui le cose andavano bene e di quelli in cui andavano meno bene.
Magari ti ha visto su un palco quando non eri ancora il musicista che sei oggi.
E allora, quando lo riconosci tra cento facce, non hai bisogno che ti dica che sei stato bravo.
Quasi quasi preferisci che stia zitto.
Però sa.
E forse è questo che manca.
Non il giudizio.
Il testimone.
Qualcuno che non vede soltanto dove sei.
Sa anche da dove sei partito.
Siamo diventati bravissimi a mostrarci
Oggi possiamo far sapere praticamente a tutti cosa stiamo facendo.
Possiamo pubblicare una foto dal backstage prima ancora di essere saliti sul palco.
Un video mentre suoniamo.
Un’altra foto dopo.
Il giorno dopo il Reel.
Volendo, chi ci conosce può seguire tutta la serata dal divano.
E magari mettere pure il cuoricino.
È una possibilità fantastica.
Ma più ci penso, più credo che mostrare e condividere non siano esattamente la stessa cosa.
Possiamo mostrare qualcosa a mille persone e non averla condivisa davvero con nessuno.
Oppure viverla insieme a una sola persona senza pubblicare nemmeno una fotografia.
Non credo che una cosa sia migliore dell’altra.
Semplicemente fanno due mestieri diversi.
E forse dovremmo ricordarcelo, ogni tanto.
Perché un like può dirci che qualcuno ci ha visto.
Non può farci voltare dal palco e trovarlo lì.
Quando smettiamo di cercare qualcuno sotto al palco?
Alla fine credo che la domanda con cui ho iniziato fosse sbagliata.
Forse non smettiamo mai.
Cambia soltanto il motivo per cui guardiamo.
Quando ero ragazzo cercavo una faccia conosciuta perché mi faceva sentire più sicuro.
Oggi posso salire su un palco davanti a dieci, cento o migliaia di persone che non conosco e fare il mio lavoro.
Guardo gli altri musicisti.
Ascolto.
Controllo quello che devo controllare.
Suono.
Non ho bisogno che un amico mi faccia il pollice alzato dalla terza fila.
Non ho bisogno che mia madre, alla fine, mi dica che sono stato bravissimo.
E va bene così.
Però qualche volta, senza nemmeno pensarci, alzo ancora lo sguardo.
E tra cento facce sconosciute ne cerco una che conosco.
Non perché abbia bisogno che mi dica che sono stato bravo.
Forse, semplicemente, perché mi piacerebbe che fosse lì.
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FAQ
Suonare dal vivo diventa più facile con l’esperienza?
L’esperienza aiuta a gestire palco, errori, imprevisti e rapporto con il pubblico, ma non elimina necessariamente l’emozione. Cambia soprattutto il modo in cui la viviamo e il bisogno di ricevere conferme da chi ci ascolta.
Quanto conta il giudizio del pubblico per un musicista?
Il confronto con un pubblico che non ci conosce può essere molto utile perché ci porta fuori dalla cerchia di amici e familiari. Il loro sostegno rimane prezioso, ma affetto e valutazione artistica non sono necessariamente la stessa cosa.
I social hanno cambiato il rapporto tra musicisti e pubblico?
Sì. Oggi possiamo mostrare immediatamente concerti e performance a moltissime persone. Like e commenti, però, non sostituiscono necessariamente l’esperienza di condividere fisicamente un concerto con qualcuno.

