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La Musica in Italia nel 2024? Rock, Boomers e sessismo

Ehi BassWalker!

La situazione è questa: qualche giorno fa ho pubblicato un video sul mio canale YouTube, in cui parlavo di Alejandra Villareal, bassista della band “The Warning”, formata da tre sorelle messicane giovanissime, che stanno conquistando il mondo con il loro rock aggressivo.

Temendo che in Italia non fossero ancora così conosciute come nel resto del mondo, ho pensato, per avvicinare il pubblico tricolore, di comparare, bonariamente, la Villareal con la nostra bassista più famosa al mondo: la Vic nazionale.

Il video ha riscosso un successo clamoroso, e ha ricevuto numerosi commenti, soprattutto da tre Paesi: Messico, Usa e Italia.

Volete sapere da dove sono arrivati gli unici commenti volgari, cattivi e spesso, sessisti?

…W l’Italia.

 

 

Ora, io vi giuro, ve lo assicuro, faccio sempre di tutto per non apparire esterofilo, quando si tratta di musica, e so anche bene, che, a volte, non ci riesco. Soprattutto perché, per quanto abbia enorme rispetto per gli Artisti che hanno fatto la storia della musica italiana, i miei ascolti, fin da piccolo, sono sempre andati un po’ da un’altra parte: adoro il rock, il blues, il country, l’r&b e il funk. Correggetemi se sbaglio, ma non mi sembra che nessuno di questi stili abbia passaporto italiano…

Vi confesso una cosa: a parte la musica, una delle mie altre passioni è da anni, il rugby. Ve lo dico, per fare un confronto lampante: secondo voi, se dovessi provare ad avvicinare qualcuno a questo sport, sarebbe più corretto fargli vedere una partita della Nazionale italiana o dei famigerati All Blacks? Capite cosa intendo? La musica che amo io viene dagli States. Tutta. Senza se e senza ma. Questo non vuol dire odiare tutto ciò che è italiano, ma avere delle preferenze che guardano altrove, e credo sia assolutamente normale…giusto?

Perché questo lungo preambolo?

Perché questi commenti al mio video mi hanno fatto molto riflettere sulla qualità non tanto della musica, in Italia, ma del pubblico! Io credo che al giorno d’oggi non ci sia solo bisogno di educare i ragazzi alla musica suonata e tutti quei discorsi retorici che si fanno sempre; credo ci sia molto più bisogno di educare il pubblico, soprattutto quello più “maturo” dal punto di vista anagrafico.

Quando si parla di Maneskin, in Italia, ogni singola volta, si dicono sempre le stesse cose: “la bassista è figa, ma sono incapaci”. La paragono ad Alejandra Villareal? I commenti sono “sono famose solo perché gnocche, le bassiste brave sono altre”, e via a paragonarle con altre bassiste donne, provenienti da mondi totalmente lontani dal rock mainstream… Tal Wilkenfield? Bravissima, chi dice il contrario? Ma non ha una band hard rock… Mohini Dey? Altrettanto brava! I primi 5 minuti… E non riempie gli stadi, comunque.

Ma di cosa stiamo parlando?

Ma veramente avete bisogno di ostentare la vostra conoscenza di musica di nicchia per sentirvi superiori a due gruppi di ragazzi poco più che ventenni che, suonando semplicemente rock, stanno spopolando in tutto il mondo?

A che scopo?

Il senso del mio video, e dei commenti di tutti quelli che l’hanno visto dall’altra parte del mondo, è questo: in un periodo dove le classifiche mainstream vedono da anni solo trap e reggaeton, generando nei ragazzini la sensazione che la musica sia qualcosa da fare da casa, davanti ad un computer, e la si possa diffondere sempre da casa davanti ad un computer, avere non uno, ma ben due gruppi che stanno riavvicinando i più giovani a concetti come “andare in sala prove”, “andare ai concerti”, “sudare come dei maiali per aver suonato insieme ore di fila”, “presentare la propria musica ad un pubblico in carne ed ossa”… È solo un merito.

Questi ragazzi hanno solo meriti.

Non sono i Led Zeppelin? Non sono i Deep Purple?

Hanno 20 anni, e ce li hanno nel 2024, che è ben diverso da averli avuti negli anni ’70, siamo tutti d’accordo almeno su questo? Eccheccazzo…

Poi, punto primo: giudicare la bravura di queste band da quel (poco) che avrete sentito sui loro dischi è quanto meno riduttivo: un disco rock, per definizione, deve essere bello, non tecnico. I più grandi brani rock si suonano con il basso dritto in ottavi, se fai qualcosa di diverso, spesso, stai sbagliando tutto. Se volete capire se sono brave o meno, dovreste sentirle in contesti diversi, magari live, magari su altri repertori, e vi accorgerete che sanno suonare, e anche bene.

Punto secondo: la musica è cambiata dai vostri tempi? Ma va? Cosa vi aspettavate, nel nuovo millennio? Probabilmente la decima sinfonia di Beethoven, immagino… (per chi non lo sapesse, si è fermato alla nona…)

La musica si è evoluta, nonostante i vostri gruppi e i ricordi dei vostri vent’anni che sono sicuramente migliori dei vent’anni dei ragazzi di oggi.

Siete stati fortunati, buon per voi.

Punto terzo: Una band non vi piace? Vi svelo un segreto: potete tranquillamente non ascoltarla senza spaccare i maroni sui social, tutti i giorni, così da rispettare il lavoro e le opinioni di altre persone (che tra l’altro non sono poche).

Scusate lo sfogo, ma notare le differenza nel trattamento nei confronti di queste due ragazze, da parte degli italiani rispetto a messicani e americani, mi ha fatto sentire parte di un paese (volutamente minuscolo) gretto, sessista e provinciale.

Insegno musica da 30 anni, ho a che fare tutti i giorni con i sogni di ragazzini che vogliono sfondare, propongono musica loro, ci provano; pensare che un giorno, se dovessero farcela, diventeranno preda di questi commenti, mi fa andare in bestia, non so se si è notato…

Un’ultima nota per chi parla del male dei Talent show. Attenzione, anche a me non piacciono, concettualmente, e mi vanto di non aver mai visto neanche un minuto dei vari “amici”, “x factor” e tutto il resto…Ma, c’è un “ma”.

Mi spiegate al giorno d’oggi, se una band emergente volesse tentare il “colpo grosso”, nel mainstream, cosa potrebbe fare?

Non ci sono più locali live; gli ultracinquantenni che criticano queste band, non escono più di casa se non per andare a bere Spritz in locali modaioli, e a lamentarsi se la musica è troppo alta…

Neanche alle feste di paese si ospitano più le band emergenti locali, si preferisce andare sul sicuro con il classico tributo al classico cantante italiano. Da almeno 20 anni, è così.

Cosa facciamo? Dove andiamo a proporre la nostra musica? Sui social? Certo, ma su quelli più usati ecco i soliti boomers pronti a commentare malignamente, e soprattutto ormai se non sei un vero esperto di marketing anche sui social ci fai ben poco (e lo dico per esperienza)

Ripeto, scusate lo sfogo. Spero di avervi invitato a riflettere, nel prossimo articolo tornerò a parlare di basso, promesso

Peace.

Di |2024-02-14T14:10:01+01:00Febbraio 14th, 2024|Blog, Senza categoria|0 Commenti

La notte dei Grammy sul buio di Sanremo

 

 

 

Nella settimana del Carnevale, ho pensato bene di togliere la maschera del politically correct e mettere a confronto le due manifestazioni musicali più attrattive del momento: da una parte la notte degli Oscar della musica, i Grammy Awards, e dall’altra il nostrano Festival della Canzone italiana, che tra pochi giorni inizierà a monopolizzare l’attenzione di media e social lungo tutto lo Stivale.

 

In realtà del nostro concorso canoro so ben poco, quindi proverò a partire da quello che è successo questa notte, oltreoceano.

Per chi non lo sapesse i Grammy sono il riconoscimento più importante della musica e si dividono in tantissime categorie; quest’anno sono stati assegnati ben 94 premi, divisi per genere, ruoli e chi più ne ha più ne metta. Per fare un esempio, uno dei premi più ambiti è la “miglior registrazione”, premio che viene conferito ad un team che parte dal produttore e arriva al tecnico di mastering (quest’anno lo ha vinto il brano “Flowers” di Miley Cyrus); questo è diverso dalla “miglior canzone”, che viene assegnato agli autori (e vinto da Billie Eilish quest’anno) e anche dal miglior album (vinto da Taylor Swift).

Se fino a qui tutto appare nella norma, magari sapere che a completare le categorie troviamo ad esempio anche la migliore registrazione di musica classica, il miglior album di jazz contemporaneo, il miglior audio-libro e naturalmente almeno un paio di premi assegnati al Country, possiamo iniziare a comprendere la portata di un evento di questo tipo, ma soprattutto comprendiamo che cosa rappresenta l’industria musicale negli Stati Uniti, e quanto sia a 360°.

Per intenderci, in una manifestazione del genere capita di vedere seduti fianco a fianco i producer che hanno lavorato a dischi trap o reggaeton, diciamo così i “colpevoli delle hit estive”, e personaggi del calibro di John Williams e Quincy Jones; e nessuno dei due si pone “un gradino sopra” all’altro, riuscendo a dare alla musica quel senso di globalità che alle nostre latitudini pare proprio impensabile…

E oltretutto dobbiamo pensare al fatto che i premiati di questa notte non si fermeranno lì, e che la loro musica, di qualunque genere o quasi, farà il giro del mondo (se non l’ha già fatto).

 

Personalmente, una cosa che mi ha colpito, nella mia notte insonne, è stato vedere come molti dei vincitori in categorie che dovrebbero essere “popolari” anche dalle nostre parti, sono in realtà artisti di cui sentiamo parlare molto poco; sui social italiani vedo molto spesso l’attenzione rivota ad artisti, magari italiani, magari giovani e con una ragazza al basso, che vengono deliberatamente insultati da musicofili di ogni specie perché ritenuti “non rock”; ma, di contro, non vedo mai nessuno di questi musicofili nominare una sola volta, ad esempio, i Boygenius (miglior performance rock e miglior canzone rock), o i Paramore (miglior album rock e miglior performance alternative); allo stesso modo quando parlo di uno dei miei gruppi preferiti, i Larkin Poe (miglior album di blues contemporaneo) vedo quasi sempre espressioni incuriosite ed inebetite, come se stessi parlando di una band aliena…

 

 

A questo punto, mi direte voi: “si, ma tutto questo ha a che fare con il basso?”

Beh, punto primo: è musica. Se suoniamo il basso, siamo musicisti, e io ho sempre spinto su questo tasto: la completezza. Essere informati su ciò che di musicalmente importante succede nel mondo, dovrebbe essere un nostro dovere, a prescindere dai gusti (che sono soggettivi).

Punto secondo: ho preparato una playlist su Spotify (la trovate QUI), comprendente molti dei brani che hanno vinto qualche premio questa notte; ascoltatela e ascoltate le linee di basso; dal pop, al country, dal blues al rap, alla musica strumentale. E poi ditemi se non ci sono linee di basso che varrebbe la pena studiare. E per dovere di cronaca, vi dico anche che il miglior album di jazz contemporaneo è stato vinto da Meshell Ndegeocello, bassista di cui parlerei più spesso, se non fosse che ogni volta che provo a pronunciarne il nome pare che mi stia venendo un ictus…

 

Una notte esemplare, che, personalmente mi ha fatto percepire la quantità di musica di qualità che si produce ancora oggi, a prescindere dal genere e dai gusti, grazie al lavoro di immensi professionisti che cercano sempre di migliorarsi.

 

Poi prendiamo un aereo di corsa, e atterriamo sulla riviera ligure, dove tra qualche ora inizieranno ad alternarsi sul palco una serie di artisti, che, probabilmente per colpa di un idioma più adatto all’opera lirica che alla musica pop, non vedranno le ribalte internazionali di un certo livello, ma che comunque riusciranno ad avere, il più delle volte, la stessa spocchia di un rapper di Compton.

E lo stesso dicasi per altri addetti ai lavori, dai giornalisti ai presentatori, dagli ospiti ai critici e a tutto il carrozzone mediatico a seguire.

Con buona pace degli orchestrali che, sottopagati, continueranno ad accompagnare ottimamente il tutto, in virtù di un curriculum gonfiato a dovere.

 

“Evviva l’Italia, evviva La Bulgaria…” (cit. Elio)

 

A proposito, sapete chi è primo in classifica in Bulgaria? Galin, con il brano “Taka Taka”. Lo conoscevate?…

 

Ecco, appunto. È la stessa sensazione che hanno, nel resto del mondo, dei brani in testa alle classifiche italiane.

Eccezion fatta per quella band di ragazzi giovani, con una ragazza al basso, che, probabilmente, anche per aver capito la potenzialità della lingua inglese e averne fatto buon uso, sono riusciti a portare il tricolore in giro per le hit parade del mondo intero.

 

Di |2024-02-05T11:25:45+01:00Febbraio 5th, 2024|basso elettrico, Blog|Commenti disabilitati su La notte dei Grammy sul buio di Sanremo

Hai mai suonato con qualcuno di famoso?

 

Ehi BassWalker!

Una delle domande che mi sono sentito rivolgere più spesso da quando ho intrapreso la strada dello “Youtuber”, è questa: “Hai mai suonato con qualcuno di famoso?

 

E’, in ordine di tempo, la terza domanda “imbarazzante” che viene rivolta, generalmente, a chi, in un modo o nell’altro, intraprende la strada del professionismo, in Italia. Le atre due, per dovere di cronaca, sono: “A parte suonare, cosa fai di lavoro vero?” e “Hai studiato musica, quindi hai fatto il Conservatorio?”

 

Le definisco imbarazzanti perché lo sono dal punto di vista di chi le riceve, ma sia chiaro che, come si suole dire, “domandare è lecito”. Rispondere sarebbe anche cortesia, non c’è dubbio, ma capite che dopo un certo numero di domande sempre uguali, spesso la maleducazione spinge da dentro, per manifestarsi…

 

E quindi?

 

 

Andiamo con ordine e chiariamo alcuni concetti.

Se mi segui probabilmente sei tu stesso un musicista, anche se, magari, non è la tua professione principale, quindi credo che capirai bene quello che sto per raccontarti e allora ti chiederei, a tua volta, di sensibilizzare altre persone, perché si faccia un po’ di chiarezza su cosa vuol dire davvero fare questo mestiere in Italia.

 

Punto primo: essere dei professionisti non significa necessariamente suonare o aver suonato con personaggi famosi.

Nel mio caso, ho dedicato una vita intera al perfezionamento dei generi che prediligo: blues, country, rock’n roll, e simili. In Italia questa musica ha un mercato piuttosto di nicchia e anche raggiungendo l’eccellenza, non si ha la certezza di essere chiamati per lavorare con i grossi nomi. In Italia i grandi numeri li fa solo il pop, genere totalmente lontano dal mio modo di interpretare questo mestiere; quindi, nonostante abbia avuto magari in passato le mie occasioni, non le ho mai colte, un po’ per inesperienza giovanile, un po’ perché, in fondo, suonare con i grandi nomi della musica italiana non è mai stato il mio obiettivo, e mai lo sarà.

Quindi no, non ho mai suonato con qualcuno di famoso (a meno che qualcuno di voi non si ricordi di Pago, con cui ho fato qualche concerto parecchio tempo fa, e a meno che si possa contare un chitarrista di una band molto famosa, con cui ho avuto modo di collaborare, ma al di fuori, della band famosa…)

 

Punto secondo: Suonare è un lavoro strano, ma è un lavoro vero, con il quale, se pur a fatica, si può campare.

I compromessi sono sempre stati tanti, e lo saranno sempre di più, negli anni a venire, probabilmente, ma “essere musicista” è una cosa fattibile. Il musicista può essere sicuramente colui che accompagna i grandi nomi della musica leggera, sia chiaro, anche se è sempre più raro; ma soprattutto al giorno d’oggi il musicista insegna, suona alle feste private (avete presente i matrimoni?), poche altre volte in contesti musicalmente più appaganti, a volte viene chiamato per registrare in studio, per un cantante, pe un jingle pubblicitario e simili…

Insomma, possibilità ce ne sono, a patto di essere “versatili”; fino a qualche anno fa riuscire a farsi assumere per un tour con un cantante italiano famoso, avrebbe permesso di farsi sei mesi di ferie dopo il tour, e avere magari anche la certezza di essere richiamati da qualcun altro l’anno seguente…

Oggi non funziona più così, e, ammesso di riuscire a fare un tour, guadagnerai talmente poco da dover immediatamente trovarti qualcosa subito dopo, se non in contemporanea, e quindi anche se non sei mai stato un insegnante dovrai abituarti a fare anche quello, in nome di qualche entrata in più!

E, naturalmente, più è famoso il cantante con cui hai suonato più è probabile che le persone vogliano studiare con te, anche se di insegnamento magari non sai assolutamente nulla…

 

Punto terzo: Il Conservatorio è fatto per insegnare musica classica. Diciamolo tutti insieme e scriviamolo dieci volte alla lavagna. Se si è al cospetto di un musicista classico, allora stiamo pur certi che avrà studiato in Conservatorio.

 

Jazzisti e “poppettari”, al pari di noi “rockettari”, per natura hanno sempre studiato da insegnanti privati che nel tempo hanno avuto la tenacia di trasmettere il “mestiere”; queste musiche si sono sempre imparate in questo modo, una sorta di “artigianato della musica”; purtroppo negli ultimi vent’anni, probabilmente per non sentirsi inferiori ai tanto odiati colleghi della classica, si è tentato in tutti i modi di portare pop e jazz nei conservatori. Un accostamento che io ho sempre visto come quello “pizza-ananas”, ma alla fine ce l’hanno fatta…

 

Personalmente, ho sempre pensato che sarebbe stato meglio creare istituti appositi, pensati per studiare musica in modo diverso, se l’obiettivo doveva essere quello di certificare un certo tipo di studi con diplomi e lauree; perché queste ultime, in confronto a quelle di un compositore o un violinista classico sembrano… Niente, era così, per dire.

 

Chiudo questa lungaggine ribadendo che se ti interessa studiare il basso seriamente, ma il tempo che hai non è quello di un aspirante professionista, prova a pensare a i miei video corsi, li trovi QUI!

 

 

 

Di |2024-01-24T18:34:18+01:00Gennaio 25th, 2024|basso elettrico, Blog|Commenti disabilitati su Hai mai suonato con qualcuno di famoso?

Studiare il basso oggi

 

 

Ehi Basswalker!

 

                        Sempre più spesso mi trovo in situazioni di questo tipo: ascolto un bassista suonare, mi piace, ci scambio quattro chiacchieree puntualmente mi sento dire: “sai, io non conosco la musica, imparo a orecchio e un po’ con YouTube”

 

Che dire…bene!

 

Già un po’ di anni fa la sentivo questa frase, ma priva della seconda parte: “un po’ con YouTube” …

 

            Già, perché non c’è dubbio che il tubo, così come i social e più in generale internet, dalla fine degli anni ’90 abbiano cambiato parecchio le modalità di approcciarsi allo studio del nostro strumento e alla musica, in generale; oggi tutto è diventato più alla portata di tutti, e questo non riguarda solo la sfera musicale; ma di sicuro, nel nostro ambito, un po’ di cambiamenti li ha portati. In meglio? In peggio?

 

Dipende.

 

            So che molti storceranno il naso, ma io credo che un approccio un po’ meno “accademico” alla musica abbia fatto bene, un po’ a tutti. Sono finiti, per fortuna, direi, i tempi in cui se qualcuno avesse voluto iniziare a suonare uno strumento, si sarebbe presentato da un Maestro il quale, per i primi tre mesi ti avrebbe negato lo strumento, in nome del Sacro Solfeggio…

 

            La didattica moderna, l’esperienza e aggiungerei anche n po’ di buon senso, ci hanno mostrato come, se vogliamo avvicinare qualcuno alla musica suonata, dobbiamo, almeno all’inizio, liberarlo dalle difficoltà estreme e dallo stress dei “tecnicismi”.

            La vita negli ultimi 40 anni è diventata già molto stressante di suo, e se “hobby” deve essere, che un hobby sia!

            Gli insegnanti veramente fanno ancora un po’ di fatica a comprendere questo aspetto, e l’indole di chi insegna porta sempre a una certa rigidità nell’approccio: “studia tante ore, impara a leggere, studiamo l’armonia…” Bello tutto, per carità, ma, come ho già avuto modo di dire in un precedente articolo, se si lavora in un altro ambito e si vede la musica come un passatempo, non si riuscirà a fare tutto!

 

            Io sono dell’idea che, se vogliamo diffondere la musica, se vogliamo che più persone si avvicinino alle sette note, dobbiamo in un certo senso semplificare le cose; questo non vuol dire che leggere non serva, e che non dobbiamo studiare seriamente, ma semplicemente che possiamo seguire un ordine diverso, dando priorità ad avere subito delle soddisfazioni, per poi andare ad approfondire in seguito.

 

            In questo senso, ben vengano i video su YouTube, che per chi parte da zero sono un mezzo comodo ed economico; si può partire così e poi, se è vero che “l’appetito vien mangiando”, se non ci basterà più e vogliamo capire meglio, allora si farà un upgrade: un maestro, una scuola o… i miei video corsi, che , come sempre trovate QUI

Di |2024-01-17T21:25:33+01:00Gennaio 18th, 2024|basso elettrico, Blog, musica|Commenti disabilitati su Studiare il basso oggi

È ora di cambiare le corde?

Ehi Basswalker!

 

            Un noto marchio di corde, qualche anno fa, aveva uno spot pubblicitario che recitava: “un buon suono inizia con una buona corda”.

            Niente di più vero, verrebbe da dire; il problema è che le corde “buone” per il basso hanno un costo non indifferente, giusto?

Quindi, quando potrebbe essere giusto sostituirle? E in base a che cosa lo decidiamo?

 

 

 

 

            Le corde, come ogni aspetto che riguarda il basso e forse anche la musica in generale, sono qualcosa di estremamente soggettivo; non c’è una cosa da fare giusta o sbagliata in senso assoluto, e questo deve essere chiaro. Ma ci sono delle regole che sarebbe buona norma seguire.

            Andiamo con ordine: La corda nuova ruvida (le classiche “Roundwound”, per intenderci) è una corda che tende a deteriorarsi col passare del tempo; i principali fattori possono essere il sudore, e in generale il contatto con la pelle, la quantità di tempo in cui vengono usate e c’è chi sostiene che anche alcuni agenti esterni possano incidere (come, ad esempio, repentino cambio caldo/freddo). Questo deterioramento si trasforma, nel concreto, in una perdita di frequenze, principalmente acute, che modificano il suono del nostro strumento, facendolo diventare, alla lunga, più “scuro”.

 

            Le corde lisce (flatwound), invece risentono molto meno di questo problema, e, per quanto anche loro abbiano naturalmente una tendenza a deteriorarsi, partendo già per natura con meno frequenze acute, non enfatizzano allo stesso modo il problema.

 

            Ora, anche parlare di “problema” non è esattamente corretto, nel senso che più frequenze acute significa naturalmente più “sferragliamento” nel suono, il che è molto indicato se suoniamo certi generi vicini al metal, ad esempio, o con un plettro, o ancora in slap. Ma, se dobbiamo suonare blues, magari, non è proprio il suono perfetto…

 

            Questo per dire che, prima di decidere se cambiare o meno corde e con quale frequenza, valuta l’uso che ne devi fare! Conosco musicisti rock e metal, che prima di ogni singolo concerto o sessione in studio cambiano le corde, praticamente una muta di corde al giorno. È un investimento notevole, ma se questo è il tuo mestiere e questo è il tuo suono, non puoi fare diversamente… ma attenzione a non confondere le cose: pare che James Jamerson non abbia mai cambiato le corde al suo fido Precision, e non mi pare che qualcuno avesse qualcosa da ridire, visto che studiamo i suoi giri di basso ancora oggi…

 

            Il senso del discorso è: la corda nuova ruvida rilascia frequenze alte; ti servono, per suonare il tuo genere preferito? Se sì, cambia le corde più spesso che puoi; se no, lascia “maturare” le corde; tienile più che puoi e fregatene delle corde nuove. Il discorso vale ancora di più se parliamo di corde lisce, ovviamente. Attenzione: anche la corda liscia, da nuova suona brillante, però, per certi versi, dà il suo meglio quando invecchia.

 

Queste ovviamente sono alcune linee guida, ogni caso è a sé, quindi valuta attentamente la tua situazione, prima di decidere cosa fare!

 

Mentre pensi alle corde, puoi valutare di studiare con i miei video corsi…Li trovi QUI:

 

 

Di |2024-01-10T23:29:10+01:00Gennaio 11th, 2024|basso elettrico, Blog, Esercizi per basso, teoria musicale|Commenti disabilitati su È ora di cambiare le corde?

Dal basso al contrabbasso: Scelta semplice?

 

 

 

Ehi Basswalkers!

 

Eccoci per la prima mail del 2024; innanzitutto ti auguro un felice 2024, che sia pieno di gioia e soddisfazioni, soprattutto bassistiche.

 

E per iniziare ho scelto di sollevare una questione che spesso mi viene proposta da allievi e conoscenti, ovvero: suonando il basso elettrico, si avvantaggiati nell’iniziare a suonare anche il contrabbasso? Quali somiglianze e quali differenze ci sono tra i due strumenti? E soprattutto: queste differenze sono insormontabili?

 

 

Bene, andiamo con ordine.

Partiamo dal presupposto che per quanto simili, sono due strumenti distinti, che hanno bisogno di un approccio diverso; basti pensare alla loro nascita ed alla storia: il nostro basso è relativamente giovane, con i suoi circa ottant’anni di storia, mentre il contrabbasso è uno strumento di natura classica, che ha le sue origini addirittura nel sedicesimo secolo.

Può sembrare un dato insignificante, ma fa tutta la differenza: il basso è uno strumento elettrico (e quindi più facile da far sentire), deriva dalla chitarra elettrica e quindi si suona tenendolo a tracolla (o seduti) e può essere suonato con un plettro.

Di contro il contrabbasso si suona generalmente in piedi e va sostenuto con la giusta postura, senza “aiuti” esterni; in più si dovrebbe studiare inizialmente con l’arco (anche se si decide poi di proseguire con il jazz).

 

Naturalmente ci sono delle cose in comune: le quattro corde sono intonate nello stesso modo, per quarte, dal mi basso al sol; e di entrambi esiste la versione a cinque corde che aggiunge un si basso sotto il mi. Anche il funzionamento, di conseguenza, è lo stesso: si procede di semitono sulla corda per trovare tutte le note (anche se nel caso del contra non abbiamo l’aiuto dei tasti, con buona pace dell’intonazione…)

 

Dire se si è avvantaggiati arrivando dal basso non è semplice; all’inizio potrà sembrarti uno strumento totalmente nuovo: lo studio dell’arco, dell’equilibrio, la mancanza dei tasti… sono tutte cose che ti faranno percepire delle differenze notevoli.

Ma se, con lo studio e la costanza, riuscirai a superare queste barriere iniziali, potrai sicuramente trovare dei benefici nel suonare già uno strumento: farai meno fatica ad imparare le note nelle diverse posizioni, ad esempio; o ancora non dovresti avere problemi nella lettura degli studi tecnici ((ammesso che tu sappia già leggere la chiave di basso..). E non ultimo, riportare sul contrabbasso alcuni brani che suoni sul basso elettrico può essere molto sfidante ma divertente al tempo stesso!

 

Quindi se hai intenzione di provare il mio consiglio è: fallo, assolutamente! Se non sei sicuro al 100%, potresti anche valutare un contrabbasso elettrico per iniziare: costi un po’ più contenuti e ingombro minore…Ma ti assicuro che se sei convinto di fare il passo, il contrabbasso ver dà molta più soddisfazione!

 

Nell’attesa di capire cosa farE con il contra, ti suggerisco come sempre di continuare a studiare il tuo caro basso elettrico, e magari potresti farlo con i miei video corsi,che, come sempre, trovi QUI!

 

BUON 2024!

 

 

Di |2024-01-10T23:36:50+01:00Gennaio 4th, 2024|basso elettrico, Blog, musica|Commenti disabilitati su Dal basso al contrabbasso: Scelta semplice?

Come si sceglie l’Insegnante di basso?

 

Ehi Basswalker!

 

            Oggi voglio parlarvi delle lezioni di basso; e questo punto qualcuno di voi potrà ribattere: “Strano, per uno che ha un canale YouTube dedicato alle lezioni di basso…”

 

            Ecco, il punto è che non voglio, in queste poche righe, farvi una lezione, ma più che altro cercare di persuadervi ad andarci, a lezione di basso.

            Attenzione, ho detto di andarci, non vi sto chiedendo di farlo con me; io ho deciso da ormai parecchio tempo di lavorare molto sulle lezioni online, ho un canale YouTube, realizzo video corsi, e da poco ho ripreso anche le lezioni via Skype (te ne parlo tra un attimo). Ma non ti sto chiedendo di fare lezione con me, semplicemente vorrei invitarti a trovare il TUO insegnante e iniziare a perseguire seriamente i tuoi obiettivi da bassista.       

 

            Per quanto io sia un grandissimo fan dell’apprendimento online (altrimenti non farei quello che faccio), ritengo che sia molto utile avere un Maestro in carne ed ossa che ti possa seguire da vicino; che ti possa aiutare a crescere anche tra una battuta e due risate, dal vivo. Il Maestro di musica è, per tutti, un mentore, una volta che l’hai trovato, una persona a cui resterai legato anche quando deciderai di proseguire da solo il tuo percorso.

 

            Ed è molto importante saperlo scegliere; ci sono tantissimi bravi insegnanti là fuori, ma non tutti sono adatti a te, al tuo modo di vedere la musica, ai tuoi tempi di apprendimento, al tuo gusto musicale. E ricorda una cosa: bravo musicista non significa necessariamente bravo insegnante; nei Paesi anglosassoni la preparazione musicale per diventare insegnante (Trainer) è diversa da quella per diventare musicista (Performer); sarebbe bello fosse così anche da noi, e invece purtroppo non lo è, e molto spesso capita che ottimi musicisti decidano di insegnare (il più delle volte per esigenze di conti da far quadrare) ma non sia proprio il loro lavoro; lo si fa per tappare i buchi, e magari proprio mentre ti stai innamorando di un argomento non riescono a seguirti perché partono per un tour, che è la loro priorità!

            O, banalmente, non è neanche detto che nel momento in cui insegnano riescano a farti comprendere facilmente cosa e come fare: insegnare a suonare è un mestiere molto diverso da quello di suonare!

 

            Esclusi quindi i maestri scelti per “il nome” che hanno da musicisti, prova ad orientarti su insegnanti che abbiano il tuo gusto musicale, che sappiano comprendere che tu, probabilmente, fai altro per vivere, e che essendo solo un hobby il tempo che puoi dedicare non sarà moltissimo o comunque non lo sarà in modo costante, e che sappiano comunque darti qualcosa, adatto alle tue esigenze e che ti aiuti a crescere!

 

            Tutti vorremmo imparare dai grandi Maestri del basso, però più si mira in alto e poi più tempo bisogna dedicare allo studio, questo è un dato di fatto; non voglio certo scoraggiarti, ma semplicemente dirti che, come ripeto da quando ho iniziato insegnare, siamo tutti diversi e ognuno deve scegliere il suo percorso in modo che si adatti alle proprie caratteristiche. Scegliere il Maestro giusto pasa anche e soprattutto da qui: qualcuno che ti comprenda e che ti aiuti a crescere in base a quello che sei tu.

 

Quindi armati di pazienza e buona ricerca!

 

            Nel caso invece tu abbia intenzioni di seguire me, ti informo che dopo un lungo periodo di pausa ho riattivato anche le lezioni via Skype (o simili), in modo da accontentare anche tutti quelli che in questo periodo mi hanno chiesto informazioni ma sono troppo distanti dalla Provincia di Varese…

Se vuoi avere info o addirittura già prenotare le tue lezioni con me clicca QUI!

 

 

 

 

 

 

Di |2023-11-15T16:19:21+01:00Novembre 16th, 2023|Senza categoria|Commenti disabilitati su Come si sceglie l’Insegnante di basso?

Quando impariamo lo slap?

 

 

Ehi Basswalkers!

 

            Fino a qualche anno fa era un classico, durante le lezioni di basso; si muovevano i primi passi, si imparavano le prime scale, i primi semplici brani e subito arrivava la domanda dell’allievo al Maestro: “Quando impariamo lo slap?”

 

L’hai fatta anche tu questa domanda al tuo insegnante? Dì la verità…

 

            E dopo un primo approccio, nelle difficoltà che tutti incontravano a sviluppare la tecnica inizialmente, arrivava puntuale la seconda domanda: “A cosa mi serve imparare lo slap?”

 

            E qui, di solito, ad andare in crisi erano gli insegnanti, probabilmente perché, in effetti, non c’è una risposta univoca.

            Lo slap è una di quelle tecniche che, al giorno d’oggi, si imparano per diletto personale, perché ci piace “come suona”, perché l’abbiamo sentito su dischi che di solito sono cimeli di tanti anni fa oppure elucubrazioni dei grandi virtuosi dello strumento; e di solito, nel tentare di imitare gli uni o gli altri ci si scontra con il fatto che  è difficile ottenere dei buoni risultati e spesso questo è fonte di frustrazione che addirittura a volte può portarci a mollare, dicendo “va beh, tanto non si usa spesso”…

            La realtà dei fatti è che è vero che lo slap, da un lato, non è la tecnica che si sente usare più spesso dai bassisti; ma, d’altro canto, io vedo almeno tre buone ragioni per impararlo.

 

            La prima è il solito discorso della completezza, di cui ho già parlato anche per il plettro; se studi il basso, anche solo per passione, credo sia giusto studiarlo, anche se non diventerà il nostro principale stile.

            Secondo motivo è che se si avrà a che fare con qualche coverband, prima o poi capiterà di incontrare il brano suonato in slap, ed è giusto aver e quel minimo di tecnica per non sfigurare.

            E infine, anche se non ti interessa niente della completezza e suoni ad esempio esclusivamente musica inedita, credo che comunque avere un po’ di slap nel proprio arsenale possa aiutarti a tirare fuori nuove idee quando si creando delle linee di basso.

 

            La difficoltà iniziale ci sarà sempre, quello è naturale, stiamo in ogni caso cercando di abituare una parte del nostro corpo a fare movimenti che non ha mai fatto prima, e anche se suoni il basso da tanto tempo, l’approccio sarà sempre ostico.

            Ma, come sempre, con pazienza e costanza si possono ottenere degli ottimi risultati; puoi anche farlo da autodidatta se non hai alternative, ma ricordati di fare attenzione soprattutto all’impostazione iniziale, perdi parecchio tempo in questa fase, perché se sbagli poi rischi di non riuscire ad ottenere i risultati sperati. Puoi trovare tantissimi libri in cui la tecnica è spiegata molto bene e che contengono molti esercizi.

 

            Nel 2024 uscirà sul mio sito un nuovo video corso interamente dedicato a questa tecnica bassistica, naturalmente ti avviserò sempre quando sarà il momento; nel frattempo, se vuoi, puoi farti comunque un giro e scoprire tutti i miei video corsi, e trovare quello più adatto a te: CLICCA QUI e buon basso!

 

 

Di |2023-11-09T15:15:48+01:00Novembre 10th, 2023|Blog|Commenti disabilitati su Quando impariamo lo slap?

Plettro o non plettro? Tu che bassista sei?

Ehi Basswalker!

            Oggi parliamo di quell’oggetto che provoca spesso sensazioni opposte tra i bassisti, amato da molti, odiato da altri; fondamentale secondo alcuni, totalmente inutile secondo altri…insomma, lui: il plettro.

Usarlo o non usarlo? Questo è il problema…

            Ovviamente non scrivo queste righe per convincerti dell’una o dell’altra cosa, vorrei invece darti qualche indicazione che magari può tornarti utile.

            Iniziamo dal principio, e cioè, come cerco di fare sempre, dalla storia: tutti ormai sappiamo (o dovremmo sapere) che Leo Fender inventò il P-bass nel 1951; quello che non tutti sanno, però (o per lo meno non in modo chiaro e univoco) è perché gli venne in mente di costruire il nostro strumento. Molti sostengono che il primo basso elettrico fu pensato per aiutare i contrabbassisti, regalandogli uno strumento più comodo e più “udibile”; ma in realtà c’è anche chi sostiene che lo strumento fu pensato per i chitarristi, per potergli permettere di “doppiare” le linee di basso del contra, e raggiungere l’obiettivo dell’udibilità delle stesse suonandole identiche ad un volume più alto.

            Dove sia la verità non è importante, come spesso accade è molto probabile che entrambe le motivazioni furono alla base del lavoro di Fender, quello che conta è che, di fatto, fin dall’inizio della storia del basso elettrico, ci furono parecchi “chitarristi trapiantati” e questo ha di sicuro agevolato l’uso del plettro sul nostro strumento già dai primi anni ’50.

            Facendo una breve ricerca, si possono trovare facilmente in rete, ad esempio, immagini che testimoniano l’uso di questo piccolo attrezzo fin da quei tempi: ad esempio sappiamo di un giovanissimo Joe Osborn, che nasce chitarrista e poi, una volta al basso, ne mantiene l’uso; oppure possiamo scoprire che il bassista di Eddie Cochrain lo usava proprio perché anch’egli ex-chitarrista. E l’elenco potrebbe naturalmente continuare, lungo tutto il decennio della nascita del rock’n roll.

(Joe Osborn) 

          Quindi? Può bastare questa breve lista a dare ragione a chi sostiene che il plettro sia in uso sul basso dall’origine dei tempi e, di conseguenza, faccia parte del DNA del nostro strumento?

            Beh, se ancora non siete convinti, non dimenticate che anche la grandissima Carol Kaye lo ha sempre usato, e non solo nelle sue innumerevoli incisioni al servizio di artisti quali Beach Boys e simili, ma anche nelle sue esecuzioni più jazzistiche!

E quindi? (Direte voi)

            Semplicemente voglio arrivare a farti capire l’importanza della completezza, nella conoscenza del nostro strumento, e del fatto che considero il suonare con il plettro una parte fondamentale di questa completezza.

            Ho sempre sostenuto e l’ho ribadito spesso nei miei video, che a meno che non si abbia mire da professionisti, è sacrosanto concentrarsi sul proprio genere preferito e imparare al meglio quello; ma ho anche sempre detto che imparare quanta più musica possibile, dei più svariati generi, sia fondamentale per la crescita personale. Quindi, se è vero che anche il più “cattivo” dei metallari dovrebbe comprendere ad esempio i principi di una walking bass e dello swing, allo stesso modo chi ama jazz, latin, fusion o simili dovrebbe arricchire il proprio bagaglio tecnico il più possibile, e il plettro non può mancare. Perché, se è vero che, da un lato, il suono di quell’aggeggio che impatta sulle corde nuove e metalliche ci riporta subito alla mente il rock degli anni ’70/’80/’90, è anche vero che il basso elettrico, con quell’oggetto ci è nato, e una corda liscia e un pick-up al ponte, magari, possono farlo suonare diversamente… provare per credere!

Nel mio video corso “Il basso rock” trovi tutto un intero capitolo dedicato al plettro: video, dispense ed esercizi… te lo linko QUI, pensaci, Natale si avvicina!

Di |2023-11-02T17:09:46+01:00Novembre 3rd, 2023|basso elettrico, Esercizi per basso, musica, teoria musicale|Commenti disabilitati su Plettro o non plettro? Tu che bassista sei?

QUANDO NON C’ERA YOUTUBE

 

 

 

Ehi Basswalkers!

 

Oggi voglio raccontarvi un po’ di come mi sono avvicinato al basso elettrico; sì lo so, probabilmente sarà un testo nostalgico tipico dei diversamente giovani come me, che quando si guardano indietro lo fanno un po’ come quelli che “ai miei tempi!” …

 

Alla fine, viviamo in un Paese e in un’era dominato dai luoghi comuni, “si stava meglio quando si stava peggio”, “non ci sono più le mezze stagioni”, e chi più ne ha, più ne metta; il senso è che, da una certa età in poi, quando si guarda al passato si vede solo il meglio; oggi fa tutto schifo, ieri era tutto bellissimo.

Peccato solo che, nella maggior parte dei casi, mentre lo vivevamo, quello “ieri”, lo odiavamo profondamente!

 

Allora, io ho iniziato a suonare il basso nell’estate del 1990; si, esatto, proprio nell’estate delle “Notti magiche” di Bennato, Nannini e Schillaci. Avevo formato la prima band dopo aver preso qualche lezione di chitarra, e come spesso accadeva, eravamo quattro chitarre e non c’era il bassista; per fortuna c’era almeno un basso, che uno di noi possedeva, e alla sua domanda “me lo reggi un attimo?”, risposi di si. Ecco, dopo 33 anni non l’ho ancora posato…

 

 

 

Lì possiamo dire sia iniziata la mia avventura bassistica; naturalmente suonavo in una band uno strumento che non avevo mai visto prima; quindi, ti lascio immaginare l’ansia da prestazione, ogni volta! Come risolverla?

Cercando di imparare quanto più possibile nel minor tempo possibile; e qui, i problemi: insegnanti di basso validi ce ne erano pochi e soprattutto, da totale inesperto, non sapevo neanche dove cercarli; il mio insegnante di chitarra si propose, ma mi accorsi subito che non era esattamente il suo mestiere, se non altro perché in una lezione di gruppo con cinque altri chitarristi, portare il basso non era la soluzione migliore per imparare…

 

Ci volle un anno e mezzo prima di scoprire che nel paese a fianco al mio c’era un gran bassista da cui finalmente riuscii ad andare a lezione, ma nel mentre, provai a studiare da solo: immaginate: niente internet, quindi zero tabs, zero negozi online in cui provare a cercare metodi o video (assolutamente vhs in ogni caso) e zero informazioni su negozi specializzati, trascrizioni di brani famosi…Niente di niente!

Ah, e naturalmente ai tempi il basso elettrico era bandito dai Conservatori e quelle poche scuole di musica pop-rock erano costosissime…

 

Quello che avevo erano un quaderno pentagrammato, uno stereo con cassette e vinili (anche il lettore cd l’avrei comprato più tardi).

 

E quindi?

 

Di certo in quel periodo ho sviluppato l’astuzia: qualche trucchetto e mi sono spaccato la mano con esercizi inventati da me (e quello mi sarebbe servito anni dopo, facendo l’insegnante); ma, di contro, ci ho messo molto più tempo di quanto ce ne avrei messo se fossi nato o avessi iniziato a suonare una quindicina di anni più tardi, almeno.

 

La morale?

 

Quello che voglio dire è che, se sei nella fascia di età in cui mi ritrovo io, dovresti renderti conto che se da un lato, per molti versi, può essere vero che “si stava meglio quando si stava peggio”, dall’altro lato non dovremmo sputare sempre contro le nuove tecnologie, i nuovi media e questo nuovo modo di vivere, ma anzi, dovremmo usarli a nostro favore.

 

Chi vuole iniziare a suonare il basso al giorno d’oggi o anche chi già suona ma vorrebbe migliorarsi e si arena sempre davanti al “non ho tempo”, dovrebbe capire quali sono i vantaggi di questa era: non hai tempo per andare da un insegnante a quattro chilometri da casa? O in una scuola? Benissimo: inizia seguire qualche lezione su YouTube (QUI trovi le mie, ad esempio), e se non ti basta, valuta un VIDEO CORSO! Lo segui da casa, smetti e riprendi quando vuoi, e ti costa meno…Giusto?

 

La tecnologia sotto questo punto di vista ci ha aiutato molto negli anni, approfittane!

 

O vuoi continuare a farti dare del boomer? 

 

 

Di |2023-07-20T12:20:23+02:00Luglio 20th, 2023|basso elettrico, Blog, teoria musicale|Commenti disabilitati su QUANDO NON C’ERA YOUTUBE

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