La notte dei Grammy sul buio di Sanremo

 

 

 

Nella settimana del Carnevale, ho pensato bene di togliere la maschera del politically correct e mettere a confronto le due manifestazioni musicali più attrattive del momento: da una parte la notte degli Oscar della musica, i Grammy Awards, e dall’altra il nostrano Festival della Canzone italiana, che tra pochi giorni inizierà a monopolizzare l’attenzione di media e social lungo tutto lo Stivale.

 

In realtà del nostro concorso canoro so ben poco, quindi proverò a partire da quello che è successo questa notte, oltreoceano.

Per chi non lo sapesse i Grammy sono il riconoscimento più importante della musica e si dividono in tantissime categorie; quest’anno sono stati assegnati ben 94 premi, divisi per genere, ruoli e chi più ne ha più ne metta. Per fare un esempio, uno dei premi più ambiti è la “miglior registrazione”, premio che viene conferito ad un team che parte dal produttore e arriva al tecnico di mastering (quest’anno lo ha vinto il brano “Flowers” di Miley Cyrus); questo è diverso dalla “miglior canzone”, che viene assegnato agli autori (e vinto da Billie Eilish quest’anno) e anche dal miglior album (vinto da Taylor Swift).

Se fino a qui tutto appare nella norma, magari sapere che a completare le categorie troviamo ad esempio anche la migliore registrazione di musica classica, il miglior album di jazz contemporaneo, il miglior audio-libro e naturalmente almeno un paio di premi assegnati al Country, possiamo iniziare a comprendere la portata di un evento di questo tipo, ma soprattutto comprendiamo che cosa rappresenta l’industria musicale negli Stati Uniti, e quanto sia a 360°.

Per intenderci, in una manifestazione del genere capita di vedere seduti fianco a fianco i producer che hanno lavorato a dischi trap o reggaeton, diciamo così i “colpevoli delle hit estive”, e personaggi del calibro di John Williams e Quincy Jones; e nessuno dei due si pone “un gradino sopra” all’altro, riuscendo a dare alla musica quel senso di globalità che alle nostre latitudini pare proprio impensabile…

E oltretutto dobbiamo pensare al fatto che i premiati di questa notte non si fermeranno lì, e che la loro musica, di qualunque genere o quasi, farà il giro del mondo (se non l’ha già fatto).

 

Personalmente, una cosa che mi ha colpito, nella mia notte insonne, è stato vedere come molti dei vincitori in categorie che dovrebbero essere “popolari” anche dalle nostre parti, sono in realtà artisti di cui sentiamo parlare molto poco; sui social italiani vedo molto spesso l’attenzione rivota ad artisti, magari italiani, magari giovani e con una ragazza al basso, che vengono deliberatamente insultati da musicofili di ogni specie perché ritenuti “non rock”; ma, di contro, non vedo mai nessuno di questi musicofili nominare una sola volta, ad esempio, i Boygenius (miglior performance rock e miglior canzone rock), o i Paramore (miglior album rock e miglior performance alternative); allo stesso modo quando parlo di uno dei miei gruppi preferiti, i Larkin Poe (miglior album di blues contemporaneo) vedo quasi sempre espressioni incuriosite ed inebetite, come se stessi parlando di una band aliena…

 

 

A questo punto, mi direte voi: “si, ma tutto questo ha a che fare con il basso?”

Beh, punto primo: è musica. Se suoniamo il basso, siamo musicisti, e io ho sempre spinto su questo tasto: la completezza. Essere informati su ciò che di musicalmente importante succede nel mondo, dovrebbe essere un nostro dovere, a prescindere dai gusti (che sono soggettivi).

Punto secondo: ho preparato una playlist su Spotify (la trovate QUI), comprendente molti dei brani che hanno vinto qualche premio questa notte; ascoltatela e ascoltate le linee di basso; dal pop, al country, dal blues al rap, alla musica strumentale. E poi ditemi se non ci sono linee di basso che varrebbe la pena studiare. E per dovere di cronaca, vi dico anche che il miglior album di jazz contemporaneo è stato vinto da Meshell Ndegeocello, bassista di cui parlerei più spesso, se non fosse che ogni volta che provo a pronunciarne il nome pare che mi stia venendo un ictus…

 

Una notte esemplare, che, personalmente mi ha fatto percepire la quantità di musica di qualità che si produce ancora oggi, a prescindere dal genere e dai gusti, grazie al lavoro di immensi professionisti che cercano sempre di migliorarsi.

 

Poi prendiamo un aereo di corsa, e atterriamo sulla riviera ligure, dove tra qualche ora inizieranno ad alternarsi sul palco una serie di artisti, che, probabilmente per colpa di un idioma più adatto all’opera lirica che alla musica pop, non vedranno le ribalte internazionali di un certo livello, ma che comunque riusciranno ad avere, il più delle volte, la stessa spocchia di un rapper di Compton.

E lo stesso dicasi per altri addetti ai lavori, dai giornalisti ai presentatori, dagli ospiti ai critici e a tutto il carrozzone mediatico a seguire.

Con buona pace degli orchestrali che, sottopagati, continueranno ad accompagnare ottimamente il tutto, in virtù di un curriculum gonfiato a dovere.

 

“Evviva l’Italia, evviva La Bulgaria…” (cit. Elio)

 

A proposito, sapete chi è primo in classifica in Bulgaria? Galin, con il brano “Taka Taka”. Lo conoscevate?…

 

Ecco, appunto. È la stessa sensazione che hanno, nel resto del mondo, dei brani in testa alle classifiche italiane.

Eccezion fatta per quella band di ragazzi giovani, con una ragazza al basso, che, probabilmente, anche per aver capito la potenzialità della lingua inglese e averne fatto buon uso, sono riusciti a portare il tricolore in giro per le hit parade del mondo intero.