Francesco Guccini ci ha lasciati. Ma le sue canzoni continueranno a farci domande.

“Ci sono artisti di cui ricordiamo le melodie. Altri li ricordiamo per la voce. Poi esistono quelli di cui, ancora prima delle canzoni, ricordiamo le parole.”

Quando se ne va un narratore

Francesco Guccini

 

Ehi Basswalkers!

Ci sono notizie che arrivano all’improvviso e sembrano fermare per un attimo il rumore di fondo.

Quella della scomparsa di Francesco Guccini è una di queste.

Non soltanto perché se ne va uno dei più grandi cantautori italiani, ma perché se ne va una persona che, per oltre mezzo secolo, ha raccontato il nostro Paese in un modo tutto suo. Senza inseguire le mode. Senza cercare di piacere a tutti. E, soprattutto, senza mai rinunciare alla propria voce.

Quando muore un artista di questo calibro è facile cadere nella retorica.

“Se ne va un pezzo d’Italia.”

“Era l’ultimo dei grandi.”

“Non ne nasceranno più così.”

Sono frasi che, in giornate come questa, leggiamo ovunque.

Io preferisco partire da un’altra domanda.

Che cosa rimane davvero quando un musicista ci lascia?

Per alcuni restano le classifiche.

Per altri i dischi venduti.

Per Guccini, credo, rimangano soprattutto le storie.

Perché Francesco Guccini, prima ancora che un cantante, era un narratore.

 

Un cantautore che non ha mai avuto fretta.

In un’epoca in cui la musica cerca sempre più spesso il ritornello immediato e la frase ad effetto da condividere sui social, riascoltare Guccini fa quasi uno strano effetto.

Le sue canzoni non avevano fretta.

Ti chiedevano tempo.

Tempo per ascoltare.

Tempo per capire.

A volte persino tempo per essere riascoltate una seconda volta.

I suoi testi erano pieni di riferimenti storici, letterari, politici, filosofici e popolari, ma non davano mai l’impressione di voler dimostrare qualcosa.

Sembravano piuttosto il racconto di una persona seduta dall’altra parte del tavolo.

Una persona che aveva vissuto molto.

E che aveva ancora qualcosa da dire.

Per questo credo sia riduttivo definirlo semplicemente un “cantautore impegnato”.

L’impegno civile è stato certamente una parte importante della sua produzione, ma limitarlo a quell’etichetta significherebbe perdere gran parte della sua ricchezza.

Dentro le sue canzoni convivono memoria, ironia, malinconia, politica, provincia, amicizia, disillusione, letteratura, storia e perfino una buona dose di autoironia.

Basta passare da La locomotiva a L’Avvelenata, da Amerigo a Autogrill, da Cyrano a Vedi cara per accorgersi che è quasi impossibile rinchiudere Guccini dentro una sola definizione. 

Prima ancora dei suoi dischi, arrivarono le canzoni

C’è un aspetto della sua carriera che, secondo me, racconta molto bene il personaggio.

Molti conoscono Guccini per i suoi album.

Ma prima ancora di diventare un cantautore affermato, Francesco Guccini era già un autore ricercatissimo.

Furono infatti i Nomadi a portare al grande pubblico alcune delle sue prime canzoni.

Dio è morto, Noi non ci saremo e Auschwitz non sono soltanto tre grandi successi della band emiliana.

Sono tre brani che hanno contribuito a cambiare il linguaggio della musica italiana.

Non tanto dal punto di vista musicale.

Quanto da quello culturale.

Per la prima volta il rock italiano iniziava a parlare apertamente di guerra, religione, società, speranze e disillusioni con un linguaggio che non cercava compromessi.

Ed è curioso pensare che proprio Dio è morto, inizialmente osteggiata da parte della RAI per il titolo, venne invece apprezzata pubblicamente anche da ambienti cattolici per il significato profondo del testo. Un esempio perfetto di come Guccini riuscisse spesso a superare le etichette ideologiche con la forza della scrittura.

 

 

Le parole prima delle note

Da bassista, lo confesso, ho sempre avuto una deformazione professionale.

Quando ascolto un disco tendo istintivamente a concentrarmi sul groove, sul suono, sugli arrangiamenti.

Con Guccini, invece, succede una cosa diversa.

Mi ritrovo ad ascoltare prima le parole.

E credo di non essere il solo.

Perché nelle sue canzoni la musica non è mai un semplice accompagnamento.

È il paesaggio dentro cui le parole possono respirare.

Forse è anche per questo che tanti musicisti straordinari hanno scelto di accompagnarlo nel corso degli anni.

Non serviva dimostrare virtuosismo.

Serviva capire come mettere il proprio talento al servizio della narrazione.

Ed è proprio qui che entra in scena uno dei musicisti che, da bassista, ho sempre ascoltato con particolare attenzione.

Ares Tavolazzi.

 

Quando il basso non deve mettersi in mostra

Parlare di Francesco Guccini su un blog dedicato anche al basso elettrico potrebbe sembrare curioso.

In fondo, nessuno associa immediatamente Guccini a grandi riff o a linee di basso entrate nella storia come quelle di McCartney, Jamerson o Jaco Pastorius.

Eppure, proprio qui, secondo me, si nasconde una lezione importante.

La grande musica non è sempre quella che cerca di farsi notare.

A volte è quella che capisce quando fare un passo indietro.

Chi ha avuto la fortuna di ascoltare con attenzione gli album di Guccini sa che dietro quelle canzoni c’erano musicisti di livello straordinario.

Musicisti che avrebbero potuto riempire ogni spazio di note e dimostrare il proprio talento in ogni momento.

Hanno scelto di fare l’esatto contrario.

Hanno deciso di servire le canzoni.

Ed è probabilmente una delle forme più alte di maturità musicale.

Ares Tavolazzi: il bassista che sapeva raccontare senza parlare

Fra questi musicisti, uno dei nomi che mi ha sempre colpito è quello di Ares Tavolazzi.

Per molti bassisti non ha bisogno di presentazioni.

Per il grande pubblico, invece, è uno di quei musicisti che hanno contribuito a costruire la storia della musica italiana rimanendo quasi sempre lontani dai riflettori.

E forse è proprio questo a renderlo ancora più affascinante.

Prima di collaborare con Guccini aveva già lasciato un segno profondo nel jazz-rock italiano con gli Area, uno dei gruppi più innovativi degli anni Settanta. Chi conosce album come Crac! o Maledetti sa bene di che livello tecnico e creativo stiamo parlando.

Passare dagli Area alle canzoni di Guccini avrebbe potuto sembrare un enorme cambio di rotta.

In realtà è stata la dimostrazione di quanto un grande musicista sappia adattare il proprio linguaggio senza perdere la propria identità.

Ascoltando con attenzione i dischi di Guccini in cui compare Tavolazzi, il basso non cerca mai il protagonismo.

Respira insieme alle parole.

Accompagna.

Sostiene.

A volte basta una nota lunga nel momento giusto, un piccolo movimento melodico o un cambio di dinamica quasi impercettibile per cambiare completamente il colore emotivo di una strofa.

Sono dettagli che molti ascoltatori non noteranno mai in modo consapevole.

Ma li sentiranno.

Ed è proprio questo il lavoro di un grande bassista.

Una band che suonava per le canzoni

Quando si parla dei grandi cantautori italiani, spesso ci concentriamo esclusivamente sull’autore.

È comprensibile.

Le parole sono talmente forti da catalizzare tutta l’attenzione.

Ma dietro quelle parole c’erano musicisti straordinari.

Negli anni hanno fatto parte della band di Guccini nomi come Vince Tempera, Ellade Bandini, Juan Carlos “Flaco” Biondini, Ares Tavolazzi e molti altri professionisti che hanno contribuito a costruire un suono riconoscibile senza mai rubare la scena al protagonista.

Ed è proprio questo equilibrio che continua a colpirmi.

In un’epoca in cui spesso ogni musicista cerca il proprio momento di gloria, quella band sembrava avere un obiettivo diverso.

Far arrivare il testo.

Può sembrare una rinuncia.

In realtà è una forma di intelligenza musicale incredibile.

Perché capire quando non suonare è molto più difficile che trovare una nota in più da aggiungere.

Dischi che hanno raccontato un Paese

Parlare della discografia di Guccini in poche righe è praticamente impossibile.

Non solo perché parliamo di oltre quarant’anni di carriera, ma perché ogni album rappresenta una fotografia diversa di un’epoca, di un’Italia e, spesso, dello stesso autore.

Album come Radici, Via Paolo Fabbri 43, Amerigo, Metropolis, Signora Bovary o Stanze di vita quotidiana non sono semplicemente raccolte di canzoni.

Sono libri.

Cambiano gli argomenti.

Cambiano i personaggi.

Cambia il periodo storico.

Ma rimane sempre quella capacità, rarissima, di raccontare il quotidiano facendolo diventare universale.

Ed è forse questa la caratteristica che distingue davvero i grandi narratori.

Non parlano di tutti.

Parlano di qualcuno in modo così autentico che, alla fine, ci ritroviamo tutti dentro quella storia.

Perché Guccini continua a parlare anche a chi non l’ha vissuto

Ogni generazione tende a pensare che certi artisti appartengano al proprio tempo.

È normale.

Eppure, ogni tanto, capita qualcosa che smentisce questa idea.

Mi è successo più di una volta parlando con allievi molto giovani.

Qualcuno arriva a lezione dopo aver scoperto Guccini quasi per caso.

Magari perché un genitore ascoltava quei dischi in macchina.

Magari perché un algoritmo di Spotify ha suggerito La locomotiva o Cyrano.

E la cosa sorprendente è che, dopo pochi ascolti, molte di quelle canzoni continuano a funzionare.

Non perché parlino dell’attualità.

Ma perché parlano delle persone.

E le persone, per fortuna, cambiano molto più lentamente delle classifiche.

Che cosa rende davvero immortale un artista?

Ripensando a tutta la carriera di Guccini, mi sono accorto che la domanda più interessante non riguarda lui.

Riguarda noi.

Che cosa fa sì che un artista continui a parlare alle persone anche quando il mondo intorno è completamente cambiato?

Non credo siano i numeri.

Non sono i dischi venduti.

Non sono nemmeno i premi.

La storia della musica è piena di artisti che, in un determinato periodo, hanno avuto un successo enorme e che oggi ricordano in pochi.

Poi ce ne sono altri che sembrano sottrarsi a questa logica.

Le loro canzoni continuano a essere ascoltate, studiate, citate e reinterpretate anche da chi appartiene a generazioni completamente diverse.

Perché?

Credo che la risposta sia molto semplice.

Le mode raccontano un’epoca.

I grandi autori raccontano le persone.

E le persone, per fortuna, cambiano molto più lentamente delle classifiche.

È per questo che un ragazzo di vent’anni può emozionarsi ascoltando Cyrano senza aver vissuto nessuno dei riferimenti storici contenuti nel testo.

È per questo che La locomotiva continua a trasmettere la stessa forza anche a chi non conosce il contesto in cui è stata scritta.

È per questo che Autogrill riesce ancora a evocare immagini e sensazioni che vanno ben oltre il semplice racconto di un incontro casuale.

Quando un autore riesce a parlare dell’essere umano, il tempo smette quasi di avere importanza.

Una lezione anche per chi suona il basso

Potrebbe sembrare strano dirlo in un blog che parla spesso di basso elettrico.

Eppure credo che Guccini abbia qualcosa da insegnare anche a noi bassisti.

Viviamo in un’epoca in cui è facilissimo confondere la tecnica con la musica.

Passiamo ore a cercare l’effetto perfetto, il suono ideale, la diteggiatura più veloce, il lick più spettacolare.

Sono tutte cose importanti.

Anch’io continuo a studiarle con passione.

Ma ogni tanto vale la pena fermarsi e ricordarsi una domanda molto semplice.

Tutto quello che sto suonando… sta raccontando davvero qualcosa?

Le canzoni di Guccini mi ricordano proprio questo.

La tecnica è un mezzo.

L’emozione è il fine.

E forse è anche per questo che, pur non essendo mai stato un artista “da classifica” nel senso più moderno del termine, continua a occupare un posto così importante nella storia della musica italiana.

Il privilegio di poter riascoltare

C’è una cosa che mi piace pensare quando scompare un grande musicista.

A differenza di altre forme d’arte, la musica ci concede un privilegio straordinario.

Possiamo tornare da lei quando vogliamo.

Possiamo rimettere sul piatto lo stesso disco tra una settimana, tra dieci anni o tra trent’anni.

E ogni volta ci dirà qualcosa di diverso.

Perché, nel frattempo, saremo cambiati noi.

Forse è proprio questo il segno delle opere destinate a durare.

Non smettono mai di parlare.

Semplicemente, trovano ogni volta un interlocutore diverso.

In conclusione

Oggi molti ricorderanno Francesco Guccini giustamente come uno dei più grandi cantautori italiani.

Io, invece, credo che mi porterò via soprattutto un’altra immagine.

Quella di un autore che non ha mai avuto paura di prendersi il tempo necessario.

Di scrivere quello che aveva davvero da dire.

Di fidarsi dell’intelligenza di chi ascoltava.

In un periodo storico in cui tutto sembra dover essere sempre più veloce, più breve e più superficiale, è una lezione che vale ancora la pena ricordare.

Le classifiche cambiano.

Le tecnologie cambiano.

Perfino il modo in cui ascoltiamo la musica continua a cambiare.

Le belle canzoni, invece, continuano semplicemente a fare quello che hanno sempre fatto.

Farci compagnia.

E, ogni tanto, costringerci a pensare.

Vuoi approfondire la storia della musica?

Se ti appassionano gli artisti che hanno cambiato il modo di scrivere, suonare e raccontare la musica, sul blog trovi altri articoli dedicati alla storia del basso, ai grandi musicisti e alle canzoni che hanno lasciato un segno.

Perché conoscere il passato non serve a vivere di nostalgia.

 

Fonti e approfondimenti

Per la realizzazione di questo articolo sono state consultate fonti ufficiali e autorevoli sulla vita e l’opera di Francesco Guccini.

  • Sito ufficiale di Francesco Guccini (biografia e discografia)
  • Treccani – voce dedicata a Francesco Guccini
  • Discografia ufficiale EMI/Universal
  • Enciclopedia della Canzone Italiana
  • Interviste televisive RAI e archivi Rai Cultura
  • Approfondimenti sulla collaborazione con i Nomadi e sulla carriera di Ares Tavolazzi

L’articolo alterna fatti storicamente documentati a riflessioni personali dell’autore sul valore artistico e culturale dell’opera di Francesco Guccini.

FAQ

Chi era Francesco Guccini?

Francesco Guccini è stato uno dei più importanti cantautori italiani. Autore di brani come La locomotiva, Dio è morto, Cyrano, Amerigo e Autogrill, ha segnato profondamente la storia della canzone d’autore italiana grazie alla forza dei suoi testi e alla capacità di raccontare il nostro Paese.

Qual è stato il rapporto tra Francesco Guccini e i Nomadi?

Molti dei primi grandi successi dei Nomadi sono nati dalla penna di Guccini. Brani come Dio è morto, Noi non ci saremo e Auschwitz hanno contribuito a far conoscere il suo nome al grande pubblico, ancora prima del successo della sua carriera solista.

Chi era Ares Tavolazzi e quale ruolo ha avuto con Guccini?

Ares Tavolazzi è uno dei più importanti bassisti italiani. Dopo l’esperienza con gli Area, ha collaborato a lungo con Francesco Guccini, contribuendo con il suo stile elegante e mai invadente a definire il suono di molti dei suoi concerti e delle sue registrazioni.