Studiare cose che non userai mai può renderti un bassista migliore? Michael Manring dice di sì

“Se in una band non dovrò mai fare tapping, suonare accordi o affrontare un brano per basso solo, che senso ha passare ore a studiare queste cose?” Più di quanto potrebbe sembrare.


Ehi Basswalkers!

Qualche giorno fa Michael Manring ha detto una cosa che mi ha fatto drizzare le antenne.

studiare tecnica sul basso

Non perché sia particolarmente rivoluzionaria. Anzi, è un concetto che sostengo da anni anche con i miei allievi. Ma sentirlo formulare da uno dei bassisti che più di tutti ha esplorato le possibilità tecniche dello strumento offre un ottimo pretesto per affrontare una questione sulla quale, tra bassisti, ogni tanto ci dividiamo quasi quanto sulla necessità di cambiare o meno le corde.

E sappiamo che lì si rischiano amicizie.

In un’intervista pubblicata il 12 agosto da Guitar World, in occasione del primo Solo Bass Guitar Contest, Manring ha raccontato di incoraggiare i propri studenti ad affiancare al normale percorso sul basso anche lo studio di qualche brano per basso solo.

Il motivo è interessante.

Un brano solistico ti obbliga ad affrontare contemporaneamente aspetti che, nel normale lavoro del bassista, possono rimanere più separati: melodia, armonia, groove, tecnica, composizione, dinamica. Secondo Manring, confrontarsi con tutto questo può renderti un musicista migliore anche quando torni a suonare insieme agli altri.

E qui mi sono trovato sostanzialmente d’accordo con lui.

Con una precisazione importante.

Perché il rischio, quando si parla di tecnica sul basso, è sempre quello di finire nella vecchia discussione: meglio quattro note suonate con il cuore o quattrocento note suonate a 180 BPM?

Discussione che personalmente metterei nella stessa cartella di “il plettro non è da veri bassisti” e “Jaco suonava solo quattro corde”.

Possibilmente una cartella con il cestino automatico.

La questione interessante è un’altra.

Perché studiare qualcosa che probabilmente non useremo mai?

Proviamo a immaginare una situazione molto comune.

Suoni in una band rock, pop, blues o soul. Il tuo lavoro consiste principalmente nel costruire un buon rapporto con la batteria, conoscere perfettamente la struttura dei brani, sostenere l’armonia e trovare il giusto equilibrio tra precisione e groove.

Giustissimo.

Anzi, se dovessi scegliere le competenze fondamentali per un bassista, partirei esattamente da lì.

A quel punto, però, qualcuno potrebbe chiedere:

“Perché dovrei perdere tempo a studiare tapping, accordi, armonici artificiali, chord melody o un brano solistico di Michael Manring, Victor Wooten o Jaco Pastorius se nella mia band probabilmente non userò mai niente di tutto questo?”

È una domanda assolutamente sensata.

E la mia risposta è:

perché non tutto quello che studiamo deve avere un’utilità immediata.

Quando affrontiamo qualcosa che si trova appena fuori — o magari parecchio fuori — dalla nostra zona di comfort, obblighiamo il cervello e le mani a risolvere problemi nuovi.

Una posizione che sembrava impossibile diventa progressivamente naturale. Una coordinazione che non avevamo inizia a svilupparsi. Una parte della tastiera che frequentavamo più o meno quanto la palestra il 27 dicembre improvvisamente diventa familiare.

E soprattutto scopriamo qualcosa sui nostri limiti.

Che è una delle cose più preziose che possano succedere mentre studiamo.

La tecnica non serve soltanto quando la usiamo

Credo che qui ci sia un equivoco abbastanza diffuso.

Tendiamo a valutare una tecnica soltanto in base a quanto frequentemente la utilizzeremo.

“Lo slap non mi serve.”

“Non farò mai tapping.”

“Gli accordi sul basso non li userò in una cover band.”

Tutto probabilmente vero.

Ma studiare tecnica sul basso non significa necessariamente accumulare effetti speciali da tirare fuori alla prima occasione.

Se studio un brano che richiede una grande indipendenza tra le mani, sto sviluppando coordinazione.

Se lavoro sugli accordi, sto migliorando la conoscenza dell’armonia e della tastiera.

Se affronto una linea molto più veloce di quelle che normalmente suono, sto lavorando sul controllo.

Se studio armonici, dinamiche o tecniche estese, sto imparando a produrre colori diversi con lo strumento.

Poi magari sabato sera salirò sul palco e suonerò otto battute di tonica.

Ma saranno otto battute suonate da un musicista che conosce meglio il proprio strumento.

E non è esattamente la stessa cosa.

C’è poi un aspetto del quale si parla poco, forse perché sembra meno “didattico”, ma che considero molto importante.

Ogni tanto fa bene scegliere qualcosa che non sappiamo suonare.

Non qualcosa di completamente fuori portata, naturalmente. Se hai iniziato a suonare martedì scorso, forse affrontare Teen Town venerdì potrebbe creare qualche problema di autostima.

Ma un obiettivo sufficientemente difficile da obbligarci a lavorare.

Ricordo perfettamente quella sensazione davanti a un passaggio che inizialmente sembra impossibile. Lo rallenti. Lo scomponi. Cerchi di capire dove sta il problema. Dopo qualche giorno qualcosa comincia a funzionare e, qualche settimana dopo, ti accorgi che stai facendo con naturalezza una cosa che prima sembrava fuori dalla tua portata.

Non è soltanto tecnica.

È la dimostrazione concreta che il nostro limite di oggi non coincide necessariamente con quello di domani.

E per un musicista adulto — soprattutto per chi studia dopo il lavoro, con poco tempo e magari dopo molti anni passati a convincersi di essere “portato fino a un certo punto” — questa esperienza può avere un valore incredibile.

Non serve arrivare alla perfezione.

Magari quel brano a velocità originale non lo suonerai mai.

Ma se sei partito da 80 BPM e sei arrivato a 105, nel frattempo qualcosa è successo.

Sei diventato un musicista un po’ diverso da quello che aveva iniziato.

Ma attenzione: qui arriva il problema.

A questo punto potrebbe sembrare che io stia sostenendo che più tecniche conosciamo, migliore sarà il bassista che diventeremo.

No.

Ed è proprio qui che il discorso di Manring diventa ancora più interessante.

Nella stessa intervista mette in guardia da una tentazione che chiunque abbia studiato tecniche avanzate conosce bene: imparare qualcosa di spettacolare e innamorarsene talmente tanto da volerlo infilare dappertutto.

Perché imparare a fare una cosa difficile dà soddisfazione.

E quando finalmente ci riesce viene una voglia terribile di farla vedere.

Il problema è che la canzone potrebbe non essere altrettanto entusiasta.

Manring insiste su un punto fondamentale: anche nel basso solista, la tecnica non può sostituire la musica. Una composizione deve avere qualcosa da dire indipendentemente dal numero di tecniche utilizzate per eseguirla.

E questo, secondo me, ci riporta esattamente al punto da cui ogni bassista dovrebbe partire.

Prima di tutto, però, bisogna saper fare il bassista

Se c’è una cosa sulla quale insisto da anni con i miei allievi è questa: possiamo studiare tutte le tecniche del mondo, conoscere scale improbabili e riuscire a suonare cose che fanno venire voglia agli altri bassisti di vendere lo strumento.

Poi arriva la prova con la band.

Il batterista parte.

Il cantante entra.

E improvvisamente bisogna fare una cosa molto meno spettacolare.

Far funzionare la canzone.

È lì che si misura una parte enorme del nostro mestiere.

Saper stare sul tempo. Ascoltare la batteria. Capire l’armonia. Conoscere la forma. Gestire le dinamiche. Scegliere quando muoversi e, soprattutto, quando stare fermi.

Tutte competenze che difficilmente produrranno un Reel da un milione di visualizzazioni.

Ma che possono fare la differenza tra un bassista che sa suonare molto bene e un bassista con cui gli altri musicisti vogliono suonare.

Per questo non credo affatto che il messaggio di Manring sia: dimenticatevi il ruolo del basso e trasformatevi tutti in solisti.

Sarebbe anche piuttosto curioso, considerando che lui stesso sostiene esattamente il contrario: il lavoro solistico può renderci migliori quando torniamo a suonare insieme agli altri.

Ed è questa la parte del suo ragionamento che trovo particolarmente interessante.

Il problema non è la tecnica. È cosa ne facciamo dopo

Michael Manring è un personaggio particolare nel mondo del basso.

Per alcuni è uno dei musicisti che più hanno contribuito ad ampliare le possibilità dello strumento. Per altri rappresenta esattamente il tipo di bassismo che non amano: molto tecnico, estremamente sofisticato, lontano dal ruolo tradizionale dello strumento.

È una discussione che probabilmente non finirà mai.

Personalmente credo che il problema nasca quando confondiamo lo studio di una competenza con l’obbligo di utilizzarla.

Sono due cose diametralmente opposte.

Posso studiare slap senza dover slappare sopra Every Breath You Take.

Posso studiare tapping senza sentire il bisogno di trasformare Stand By Me in una dimostrazione al NAMM.

Posso imparare accordi, armonici e tecniche solistiche e poi decidere consapevolmente che, in quella determinata canzone, la cosa migliore che posso fare è suonare una fondamentale.

Anzi, probabilmente è proprio lì che lo studio diventa maturità.

Perché prima avevo una sola possibilità.

Adesso ne ho dieci.

E scelgo quella più adatta.

Questo modo di operare fa la differenza, secondo me.

Una fondamentale può essere una scelta molto sofisticata

Ogni tanto durante una lezione capita una situazione che trovo molto interessante.

Studiamo armonia, scale, triadi, arpeggi, sostituzioni. L’allievo inizia finalmente a vedere la tastiera in modo diverso e scopre un mondo di possibilità.

Poi mettiamo su un brano.

E io gli dico:

“Qui suona la fondamentale.”

Mi guarda come se gli avessi fatto studiare tre mesi per prenderlo in giro.

Ma il punto è proprio quello.

Prima suonava la fondamentale perché non sapeva cos’altro fare.

Adesso la suona perché ha ascoltato la canzone, ha valutato le alternative e ha deciso che quella nota è la scelta migliore.

All’esterno il risultato può sembrare identico.

Musicalmente è cambiato tutto.

Una delle caratteristiche che distinguono un musicista maturo non è quante cose riesce a fare.

È quante cose potrebbe fare e decide consapevolmente di non fare.

Ed è per questo che non vedo nessuna contraddizione tra studiare un brano solistico estremamente complesso e passare una serata a sostenere una band con linee semplicissime.

Le due esperienze possono alimentarsi a vicenda.

Studiare “oltre il ruolo” per capire meglio il ruolo

C’è poi un’altra conseguenza che trovo particolarmente importante.

Quando un bassista inizia a occuparsi di melodia, accordi e arrangiamento, inevitabilmente comincia ad ascoltare in modo diverso anche gli altri strumenti.

Se provi ad arrangiare un brano per basso solo, improvvisamente devi occuparti di tutto.

Dove sta la melodia?

Quali note definiscono davvero quell’accordo?

Quale voce può essere eliminata senza perdere il senso armonico?

Come posso suggerire contemporaneamente ritmo e armonia?

Quanto spazio devo lasciare?

Sono domande che sembrano appartenere al basso solista.

Poi torni in sala prove.

Il pianista suona un voicing.

La chitarra occupa una certa zona dello spettro.

Il cantante modifica una frase.

E tu inizi a sentire cose che prima magari ignoravi.

Non perché adesso devi suonare più note.

Spesso accade l’esatto contrario.

Hai più informazioni e quindi puoi scegliere meglio.

Questa, secondo me, è una delle ragioni più forti per cui vale la pena studiare cose apparentemente lontane dal nostro utilizzo quotidiano dello strumento.

E no, non dobbiamo diventare tutti Michael Manring

Naturalmente c’è un’altra precisazione importante.

Non tutti dobbiamo avere gli stessi obiettivi.

Se ami il blues e vuoi diventare un bassista blues straordinario, non esiste nessuna legge che ti obblighi a sviluppare un repertorio solistico.

Se suoni per piacere mezz’ora alla sera dopo il lavoro, nessuno dovrebbe trasformare il basso in un’altra fonte di ansia da prestazione.

E soprattutto non esiste una classifica nella quale chi conosce più tecniche occupa automaticamente una posizione superiore.

La tecnica è uno strumento.

Non una medaglia.

Però credo sia altrettanto sbagliato costruirsi volontariamente dei confini solo perché una determinata competenza non sembra immediatamente utile.

“Non mi serve.”

È una frase che sento spesso.

A volte è assolutamente corretta.

Altre volte significa semplicemente:

“Non ho ancora scoperto cosa potrebbe insegnarmi.”

E sono due cose molto diverse.

Il paradosso è proprio questo

Più allarghiamo il nostro vocabolario, meno abbiamo bisogno di utilizzarlo tutto contemporaneamente.

Un musicista inesperto spesso cerca di mettere nella canzone tutto ciò che conosce.

Un musicista maturo sceglie.

E per poter scegliere bisogna avere alternative.

È qui che, secondo me, il discorso di Michael Manring smette di riguardare il basso solista e diventa interessante per praticamente chiunque suoni uno strumento.

Studiare qualcosa di difficile non serve necessariamente per poter dire:

“Adesso so fare questa cosa.”

Può servire semplicemente per diventare più consapevoli quando torniamo a fare qualcosa di molto più semplice.

Ed è una differenza sottile.

Ma cambia completamente il modo in cui intendiamo lo studio.

Perché a quel punto la domanda non è più:

“Questa tecnica mi servirà mai sul palco?”

La domanda diventa:

“Che cosa può insegnarmi?”

 

Quindi, cosa dovremmo studiare?

A questo punto rimane una domanda piuttosto concreta.

Se abbiamo stabilito che ogni tanto vale la pena affrontare qualcosa che va oltre quello che ci serve normalmente in una band, come scegliamo cosa studiare?

Perché anche qui il rischio è evidente.

YouTube e Instagram sono una gigantesca vetrina di tecniche, lick, esercizi e brani apparentemente impossibili. Basta passarci mezz’ora per convincersi che entro sera dovremmo imparare il double thumb, suonare Bach in tapping, padroneggiare gli armonici artificiali e magari trovare anche cinque minuti per lavorare sul basso fretless.

Poi arriva mezzanotte e non abbiamo studiato niente.

La soluzione, secondo me, è molto più semplice.

Non dobbiamo studiare tutto.

Dobbiamo scegliere una difficoltà che abbia qualcosa da insegnarci.

Se hai un problema tecnico, scegli una sfida tecnica

Se senti che la mano destra perde controllo aumentando la velocità, può avere senso scegliere un brano che ti costringa a lavorare proprio su quell’aspetto.

Se conosci poco la tastiera nelle zone più acute, un arrangiamento melodico può obbligarti a frequentarle.

Se hai sempre pensato agli accordi come a qualcosa che riguarda chitarristi e pianisti, provare a costruire qualche semplice voicing sul basso potrebbe cambiare completamente il modo in cui visualizzi l’armonia.

Se il tuo limite è la coordinazione, tapping, accordi o alcune tecniche estese possono diventare una palestra straordinaria.

Il punto non è poter dire di aver imparato una tecnica nuova.

È capire perché la stiamo studiando.

Ed è una distinzione che, nella didattica, considero fondamentale.

Il brano difficile come palestra

Personalmente trovo particolarmente efficace utilizzare i brani.

Gli esercizi tecnici sono indispensabili e continuerò sempre a farli utilizzare. Permettono di isolare un problema, osservarlo e lavorarci senza tutte le altre variabili che una canzone inevitabilmente introduce.

Ma un brano aggiunge qualcosa.

A un certo punto devi fare musica.

Devi mantenere la forma, rispettare il tempo, gestire le dinamiche e arrivare alla battuta successiva senza fermarti ogni volta che qualcosa non funziona.

Soprattutto, hai un obiettivo concreto.

Non stai cercando genericamente di “migliorare la tecnica”.

Stai cercando di riuscire a suonare quella cosa lì.

Ed è molto più facile misurare i progressi.

Ieri non riuscivo.

Oggi riesco lentamente.

Tra una settimana riesco quasi alla velocità originale.

Tra un mese magari la suono.

Oppure no.

E qui arriviamo a un’altra cosa che considero importante.

Non è obbligatorio arrivare alla fine

Questa può sembrare quasi un’eresia per un insegnante.

Invece credo sia fondamentale.

Un brano tecnicamente impegnativo può aver svolto perfettamente il proprio compito anche se non riusciremo mai a suonarlo dall’inizio alla fine alla velocità originale.

Se durante il percorso abbiamo migliorato coordinazione, controllo, conoscenza della tastiera o capacità di affrontare un problema tecnico, quello studio ha già prodotto un risultato.

Naturalmente completare la sfida dà una soddisfazione enorme.

E non sottovaluterei affatto questo aspetto.

Riuscire finalmente a suonare qualcosa che qualche settimana prima sembrava impossibile modifica anche la percezione che abbiamo delle nostre capacità.

Non significa convincersi improvvisamente di essere Victor Wooten.

Significa semplicemente scoprire che alcuni dei limiti che consideravamo permanenti erano, in realtà, soltanto temporanei.

Per chi studia uno strumento da adulto questa è una sensazione particolarmente importante.

Studiare difficile non significa studiare male

C’è però una condizione.

La difficoltà deve essere gestibile.

Prendere un brano completamente fuori dalla nostra portata e passare un mese a sbatterci contro non è necessariamente uno studio efficace.

Può diventare semplicemente frustrante.

Una buona sfida dovrebbe trovarsi abbastanza lontano da costringerci a crescere, ma abbastanza vicino da permetterci di vedere dei progressi.

È esattamente qui che velocità ridotte, metronomo, frammentazione delle frasi e analisi dei problemi diventano molto più importanti della semplice ripetizione.

Se un passaggio non viene, ripeterlo cinquanta volte nello stesso modo raramente produce miracoli.

Bisogna capire perché non viene.

È la mano destra?

La sinistra?

La sincronizzazione?

Una diteggiatura sbagliata?

Non abbiamo realmente capito ritmicamente la frase?

È proprio questo processo di analisi che rende prezioso affrontare materiale difficile.

Il brano diventa quasi un laboratorio nel quale impariamo a studiare meglio.

E quella capacità, a differenza del lick che stiamo cercando di imparare, ce la porteremo dietro praticamente ovunque.

Poi bisogna tornare nella band

Ed eccoci al punto che, per me, tiene insieme tutto il discorso.

Possiamo passare settimane a studiare armonici, tapping, accordi, velocità e brani solistici.

Poi torniamo a suonare con altri musicisti.

Ed è lì che dobbiamo ricordarci perché esiste il basso.

Ascoltare.

Sostenere.

Creare movimento.

Dialogare con la batteria.

Definire l’armonia.

Dare alla musica quello di cui ha bisogno in quel momento.

Non quello che abbiamo bisogno noi di dimostrare.

Paradossalmente, quindi, studiare molto di più può portarci a suonare molto meno.

Ma quel “meno” sarà frutto di una scelta.

E credo che questa sia una delle differenze più importanti tra tecnica e maturità musicale.

La tecnica aumenta ciò che possiamo fare.

La maturità ci insegna a decidere cosa vale la pena fare.

Abbiamo bisogno di entrambe.

Su questo, Manring ha ragione

Per questo, tornando all’intervista da cui siamo partiti, mi trovo molto vicino alla posizione di Michael Manring.

Non perché penso che tutti i bassisti debbano diventare solisti.

Non perché credo che tapping, accordi o armonici siano più importanti del groove.

E certamente non perché considero la complessità un valore in sé.

Mi interessa l’idea che uscire temporaneamente dal nostro ruolo possa aiutarci a comprenderlo meglio quando ci rientriamo.

Studiare melodia può farci accompagnare meglio una melodia.

Studiare armonia può farci scegliere una fondamentale con maggiore consapevolezza.

Studiare qualcosa tecnicamente difficile può rendere più naturale qualcosa di semplice.

Studiare un brano solistico può insegnarci ad ascoltare meglio quello che fanno gli altri quando torniamo in una band.

È questo il paradosso che trovo interessante.

Per diventare bassisti migliori, ogni tanto può essere molto utile smettere di studiare soltanto “cose da bassista”.

In conclusione

La prossima volta che davanti a un esercizio, una tecnica o un brano particolarmente difficile ti verrà da pensare:

“Sì, bello… ma quando mai userò questa roba?”

forse vale la pena aggiungere una seconda domanda.

“Che cosa potrebbe insegnarmi?”

Se la risposta è niente, probabilmente puoi tranquillamente passare oltre.

Il tempo per studiare, soprattutto da adulti, è prezioso. Non abbiamo bisogno di collezionare tecniche come figurine.

Ma se quella difficoltà può migliorare una parte del tuo modo di suonare, ampliare il tuo vocabolario, farti conoscere meglio lo strumento o semplicemente obbligarti ad affrontare un limite che hai sempre evitato, allora forse vale la pena provarci.

Anche se quella tecnica non finirà mai in una canzone.

Anche se quel brano non lo suonerai mai dal vivo.

Anche se nessuno saprà che hai passato tre settimane a studiarlo.

Perché alla fine è proprio questo il punto.

Non tutto quello che studi deve finire sul palco. Ma tutto quello che studi bene finisce, prima o poi, nel musicista che sale sul palco.

Vuoi lavorare sul basso con una direzione precisa?

Studiare cose nuove è importante. Capire quali studiare, quando affrontarle e soprattutto come inserirle in un percorso coerente lo è ancora di più.

È uno dei principi su cui costruisco il mio modo di insegnare: tecnica, armonia, repertorio e ruolo del bassista non come compartimenti separati, ma come parti dello stesso percorso.

Se vuoi approfondire, sul sito trovi i miei videocorsi di basso elettrico e tutte le informazioni sulle lezioni di basso in presenza.

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Fonti e approfondimenti

Il punto di partenza di questo articolo è l’intervista rilasciata da Michael Manring a Guitar World e pubblicata il 12 agosto 2026 in occasione del primo Solo Bass Guitar Contest.

Guitar World — Michael Manring offers his advice to entrants of the first Solo Bass Guitar Contest

Le considerazioni sullo studio della tecnica, sulla scelta del repertorio, sulla didattica e sul ruolo del bassista contenute nell’articolo rappresentano invece la mia esperienza e il mio punto di vista come musicista e insegnante.

FAQ

Studiare tecnica sul basso serve anche se non la utilizzerò dal vivo?

Sì, può essere molto utile. Studiare tecnica sul basso può sviluppare coordinazione, controllo, conoscenza della tastiera e consapevolezza armonica anche quando quelle tecniche specifiche non verranno utilizzate durante un concerto. L’importante è scegliere materiale che abbia un obiettivo formativo preciso.

Un bassista deve studiare anche brani per basso solo?

Non necessariamente, ma possono essere un ottimo strumento di studio. Un brano per basso solo costringe a confrontarsi contemporaneamente con melodia, armonia, ritmo, dinamica e tecnica, sviluppando competenze che possono poi essere riportate nel normale lavoro all’interno di una band.

Studiare molta tecnica rischia di far perdere il groove?

La tecnica in sé non è il problema. Il rischio nasce quando ciò che sappiamo fare diventa più importante di ciò che la musica richiede. Una buona preparazione tecnica aumenta le possibilità a disposizione del bassista; la maturità musicale consiste nel sapere quali utilizzare e quali lasciare fuori.