Ehi Basswalkers!
Il 27 settembre 1986 Cliff Burton moriva in Svezia, durante il tour
europeo dei Metallica. Sono passati quarant’anni e probabilmente nelle
prossime settimane leggeremo moltissimi racconti sulla sua vita, sul
suo suono, su Orion, su (Anesthesia) Pulling Teeth e
su quello che avrebbe potuto ancora fare.
Io vorrei partire da un’altra cosa.
Cliff Burton è forse una delle migliori risposte possibili
a chi sostiene che studiare teoria musicale rischi di togliere istinto
al rock.
È un’idea che nel nostro ambiente continua a circolare. Il
musicista autentico “va a orecchio”. Quello che studia troppo comincia
a pensare alle scale invece di sentire la musica. Come se a un certo
punto, dopo aver imparato la funzione di un accordo, fosse necessario
consegnare il proprio certificato di rocker all’uscita.
Peccato che Cliff Burton fosse esattamente il contrario.
Cliff Burton: teoria musicale e istinto nella stessa persona
Nella propria storia ufficiale, gli stessi Metallica descrivono
l’influenza di Burton sulla crescita musicale del gruppo mettendo
insieme due elementi apparentemente opposti: la filosofia del
jamming e della sperimentazione da una parte, e una
conoscenza molto solida della teoria musicale dall’altra.
Non è un dettaglio secondario.
Burton non studiava per rendere la musica più scolastica. Studiava
e ascoltava abbastanza musica da avere più possibilità a disposizione
quando arrivava il momento di inventare.
Le sue influenze andavano ben oltre il metal. C’erano il rock e
l’hard rock, naturalmente, ma anche armonie e forme provenienti dalla
musica classica. E poi c’era un modo di pensare il basso che rifiutava
l’idea secondo cui quattro corde dovessero necessariamente rimanere
nascoste dietro le chitarre.
Distorsione, wah, registri estremi, parti melodiche,
armonizzazioni: gli strumenti teorici non gli impedirono di essere
selvaggio. Gli permisero di esserlo in più direzioni.
Il problema non è conoscere troppe cose
Credo che qui ci sia un equivoco importante, soprattutto per chi
studia da adulto.
Imparare una scala non significa essere obbligati a usarla.
Conoscere l’armonia non significa dover dimostrare di conoscerla ogni
quattro battute. Capire che cosa sta succedendo in un brano non
impedisce di suonare tre note per tutta la strofa.
Significa semplicemente avere più possibilità tra cui
scegliere.
La teoria musicale non dovrebbe dirti cosa devi suonare. Dovrebbe
aiutarti a capire cosa potresti suonare — e perché una possibilità
funziona meglio di un’altra.
Se poi scegli una tonica suonata in ottavi per sedici battute,
benissimo. Ma a quel punto è una scelta, non l’unica cosa che sai
fare.
Ascoltare Orion quarant’anni dopo
Orion rimane probabilmente il luogo migliore in cui
ascoltare questa sintesi.
Non serve trasformare il brano in una lezione di armonia né
attribuire a Burton ogni singola idea contenuta nella composizione.
Basta ascoltare quanto naturalmente, dentro un disco metal durissimo
come Master of Puppets, possano convivere peso, melodia,
cambi armonici, dinamica e un basso che a tratti smette completamente
di comportarsi come ci aspetteremmo.
E soprattutto niente sembra essere lì per dimostrare che qualcuno
ha studiato.
Quella è forse la parte più importante.
Quando lo studio è davvero assimilato, smette di sembrare
studio.
Diventa linguaggio.
Istinto contro teoria è probabilmente la domanda sbagliata
Da insegnante mi capita spesso di incontrare musicisti che temono
una cosa curiosa: perdere spontaneità imparando qualcosa in più.
Molto più raramente incontro qualcuno che abbia perso personalità
perché finalmente ha capito che accordo stava suonando.
Il rischio vero semmai è un altro: studiare la teoria come una
collezione di formule, separata dalla musica reale. Scale imparate
avanti e indietro, accordi memorizzati sulla carta e nessun
collegamento con ciò che ascoltiamo e suoniamo.
Ma quella non è troppa teoria. È teoria studiata male.
Nel mio modo di intendere la didattica
del basso, teoria, orecchio, repertorio e tecnica dovrebbero
continuamente contaminarsi. È anche il principio su cui costruisco il
percorso delle lezioni di basso
elettrico: capire qualcosa serve soltanto se poi quella cosa
diventa musica.
Cliff Burton lo faceva quarant’anni fa con un Rickenbacker, un wah
e un amplificatore decisamente poco interessato alle buone
maniere.
Non mi sembra che lo studio gli avesse tolto molto istinto.
Semmai gli aveva dato più posti dove portarlo.
FAQ
Cliff Burton aveva studiato teoria musicale?
Sì. Le stesse fonti ufficiali dei Metallica sottolineano la sua
solida conoscenza della teoria musicale e il ruolo che questa, insieme
alla sperimentazione, ebbe nello sviluppo musicale della band.
Cliff Burton ha composto Orion?
Orion è accreditata a James Hetfield, Lars Ulrich e Cliff
Burton. È quindi corretto riconoscere a Burton un contributo
compositivo importante, evitando però di attribuirgli automaticamente
ogni elemento del brano.
Studiare teoria musicale rende meno spontanei?
Non necessariamente. La teoria è uno strumento per comprendere e
ampliare le possibilità musicali. La spontaneità dipende da come
quelle conoscenze vengono assimilate e utilizzate, non dal fatto di
possederle.
