Ehi Basswalkers!
Facciamo un piccolo esperimento.
Pensate a Dancing Queen degli ABBA. Non serve nemmeno ascoltarla: probabilmente vi è già partita in testa.
La melodia, il pianoforte, le voci di Agnetha e Frida, quel ritmo irresistibile che continua a funzionare anche a cinquant’anni di distanza.
Adesso provate a concentrarvi sul basso.
Quella linea che si muove sotto l’arrangiamento, che accompagna la melodia senza limitarsi a raddoppiare le fondamentali, che contribuisce a dare alla canzone una parte importante della sua energia.
Sapete chi la suonava?
Si chiamava Rutger Gunnarsson.
E se il nome non vi dice nulla, non preoccupatevi: è molto probabile che abbiate ascoltato il suo basso centinaia di volte senza saperlo.

11 ottobre 1976: arrivano gli ABBA
L’11 ottobre 1976 usciva in Svezia Arrival, quarto album in studio degli ABBA.
Il gruppo aveva già conquistato il pubblico internazionale con Waterloo, SOS e Mamma Mia!, ma Arrival rappresentò un ulteriore passo avanti nella costruzione di quel suono pop che ancora oggi riconosciamo immediatamente.
Il disco conteneva Dancing Queen, Money, Money, Money e Knowing Me, Knowing You: tre canzoni molto diverse tra loro, accomunate da un lavoro di arrangiamento e produzione estremamente raffinato.
Benny Andersson e Björn Ulvaeus erano gli architetti principali di quel mondo sonoro. Agnetha Fältskog e Anni-Frid Lyngstad gli davano una voce inconfondibile.
Ma dietro le quinte lavorava anche un gruppo di strumentisti di altissimo livello.
Tra loro, un bassista destinato a diventare uno dei collaboratori più importanti nella storia degli ABBA.
Rutger Gunnarsson: molto più di un turnista
Rutger Gunnarsson era nato nel 1946 a Linköping, in Svezia.
Dopo le prime esperienze nei gruppi rock locali, aveva studiato al Royal College of Music di Stoccolma.
Il suo ingresso nell’ambiente di Björn Ulvaeus e Benny Andersson risale al 1972, quando venne scelto come bassista per un tour degli Hootenanny Singers, gruppo nel quale i due musicisti erano coinvolti.
Da lì iniziò una collaborazione destinata a durare per molti anni.
Gunnarsson avrebbe suonato in tutti gli album degli ABBA, partecipando anche ai tour del 1977, 1979 e 1980.
Ma c’è un dettaglio ancora più interessante.
Dal 1976 diventò anche il loro principale arrangiatore degli archi.
Non stiamo quindi parlando semplicemente di un bassista chiamato in studio per eseguire parti già scritte.
Parliamo di un musicista che conosceva l’armonia, l’orchestrazione e il modo in cui gli strumenti potevano interagire all’interno di una produzione complessa.
In Arrival, per esempio, suonò il basso in tutti i brani e curò l’arrangiamento degli archi di My Love, My Life.
Una doppia competenza che, secondo me, aiuta a comprendere meglio il suo approccio allo strumento.
Dancing Queen: il basso che fa muovere la canzone
Ascoltare Dancing Queen concentrandosi sul basso è un esercizio che consiglio a chiunque voglia capire come si costruisce una linea efficace nella musica pop.
La parte di Gunnarsson non è una semplice successione di fondamentali.
Ci sono movimenti melodici, cambi di registro, passaggi di collegamento e variazioni ritmiche che contribuiscono a mantenere viva la pulsazione.
Eppure il risultato non è mai quello di uno strumento che cerca di attirare l’attenzione.
Il basso lavora insieme alla batteria di Roger Palm, dialoga con il pianoforte e sostiene un arrangiamento ricchissimo di voci e archi.
Qui sta una delle qualità più difficili da sviluppare per un bassista: riuscire a essere musicalmente interessante senza diventare invadente.
Un fill può essere bellissimo, ma se disturba una frase vocale rischia di essere fuori posto.
Un movimento cromatico può dare energia, ma deve condurre da qualche parte.
Un cambio ritmico può rendere più coinvolgente il groove, purché non faccia perdere stabilità alla canzone.
In Dancing Queen questi elementi convivono con grande naturalezza.
E il risultato è una linea di basso che non ha bisogno di trasformarsi in un assolo per essere fondamentale.
Money, Money, Money: quando un’idea del bassista cambia l’arrangiamento
C’è un episodio particolarmente interessante, raccontato nella documentazione ufficiale degli ABBA, che riguarda la registrazione di Money, Money, Money.
Durante le session del maggio 1976, i musicisti lavorarono a lungo per trovare l’arrangiamento giusto.
Il chitarrista Anders Glenmark ricordò che fu proprio Gunnarsson a proporre una soluzione decisiva: far seguire al basso, nei ritornelli, la stessa melodia della voce.
Secondo il suo racconto, quella scelta contribuì a sbloccare il lavoro.
È un dettaglio meraviglioso.
Siamo abituati a pensare al bassista come a qualcuno che deve soprattutto sostenere l’armonia e mantenere il tempo.
Ma in quel caso l’idea efficace non fu aggiungere una figura ritmica più complessa o una successione di note particolarmente virtuosistica.
Fu riconoscere che la melodia vocale poteva diventare anche il materiale della linea di basso.
Una soluzione apparentemente semplice, nata però da una comprensione profonda dell’arrangiamento.
Il bassista non stava soltanto accompagnando la canzone. Stava contribuendo a darle una forma.
Suonare al servizio della musica non significa suonare poco
Qui arriviamo a un equivoco che incontro spesso quando si parla di basso elettrico.
L’espressione suonare al servizio della canzone viene talvolta interpretata come un invito a limitarsi, a evitare qualsiasi iniziativa, magari a suonare soltanto fondamentali e poche altre note.
Ma non è questo il punto.
Ci sono canzoni che funzionano perfettamente con una linea essenziale e altre che hanno bisogno di un basso melodicamente molto attivo.
La differenza non sta necessariamente nel numero delle note.
Sta nel loro ruolo.
Una linea può essere ricca, articolata e persino tecnicamente impegnativa senza entrare in competizione con gli altri strumenti.
E una parte composta da pochissime note può risultare invadente se occupa lo spazio sbagliato.
Il lavoro di Gunnarsson negli ABBA dimostra proprio questo.
Essere al servizio della canzone non significa rinunciare alla propria personalità. Significa metterla nel posto giusto.
Il bassista deve imparare a pensare anche da arrangiatore
C’è un’altra lezione che possiamo ricavare da questa storia.
Gunnarsson non era soltanto un bassista eccellente: era anche un arrangiatore.
Questo significa che il suo lavoro non si esauriva nel rapporto tra basso, accordi e batteria.
Doveva considerare le voci, gli archi, le tastiere, le chitarre e l’equilibrio complessivo del brano.
È un modo di pensare che consiglio di sviluppare anche a chi studia il basso per passione, senza alcuna intenzione di diventare arrangiatore professionista.
Quando lavorate su una canzone, provate a farvi alcune domande.
Che cosa sta facendo la voce mentre suono questa frase?
Il pianoforte sta già occupando il registro nel quale vorrei inserire il mio fill?
La batteria sta costruendo una pulsazione regolare oppure introduce delle variazioni?
La mia linea sta sostenendo il movimento armonico o sta semplicemente riempiendo gli spazi?
Non occorre conoscere l’orchestrazione per iniziare a ragionare in questo modo.
Occorre soprattutto imparare ad ascoltare tutto quello che succede mentre suoniamo.
Ed è una competenza che può trasformare radicalmente il nostro modo di accompagnare.
Un musicista fondamentale, anche senza essere una celebrità
Rutger Gunnarsson è scomparso nel 2015, a 69 anni.
La sua collaborazione con l’universo musicale degli ABBA, però, era proseguita ben oltre la stagione dei grandi successi degli anni Settanta.
Aveva continuato a lavorare con Björn e Benny, partecipando anche a progetti come Chess, e sarebbe tornato a suonare quella musica nelle produzioni legate a Mamma Mia!.
Un percorso professionale straordinario, costruito in gran parte lontano dai riflettori riservati ai protagonisti delle copertine.
Eppure basta ascoltare con attenzione alcuni dei dischi più celebri degli ABBA per comprendere quanto il suo contributo sia stato importante.
Cinquant’anni dopo, la lezione è ancora attuale
L’11 ottobre 2026 Arrival compie cinquant’anni.
È un’ottima occasione per riascoltare un album che ha contribuito a definire il linguaggio della musica pop moderna.
Ma per noi bassisti può essere anche qualcosa di più.
Possiamo usarlo per ricordarci che una buona linea di basso non si misura soltanto dalla difficoltà tecnica, dalla velocità o dal numero di note.
Si misura anche dalla sua capacità di rendere migliore tutto ciò che le sta intorno.
E forse è proprio questa la lezione più importante lasciata da Rutger Gunnarsson.
Una parte di basso può essere memorabile anche quando chi ascolta non si accorge di ricordarla.
Alla prossima, Basswalkers!
Davide Martini
